Lo Yemen a 5 anni dal conflitto, gli Houthi chiedono il dialogo

Pubblicato il 25 marzo 2020 alle 11:12 in Medio Oriente Yemen

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Il perdurante conflitto in Yemen ha avuto inizio il 25 marzo di cinque anni fa, il 2015, quando i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. Da allora la crisi è andata via via peggiorando ed ha visto l’ingresso anche di altri attori regionali, tra cui Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

In particolare, l’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere il presidente Rabbo Mansour Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. Dall’altro lato, invece, i ribelli, che controllano la capitale Sana’a, sono alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e ricevono sostegno dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah.

Secondo alcuni osservatori, il cui parere è stato riportato da al-Jazeera, il destino dello Stato “legittimo” è al momento ignoto. Ciò che è certo, però, è che oramai il conflitto non mira a preservare la società dai continui crimini perpetrati contri i civili, in quanto sono proprio questi le vittime più colpite dal conflitto. Il portavoce della Croce Rossa in Yemen, Yara Khawaja, definisce la situazione in Yemen, dopo cinque anni dall’inizio del conflitto, “catastrofica”, affermando che l’80% della popolazione necessita di aiuti umanitari di diverso tipo.

In particolare, è stato riferito, 20 milioni di yemeniti soffrono di insicurezza alimentare, più di 19 milioni non hanno accesso alle cure sanitarie necessarie e più di 17 milioni sono privi di acqua potabile. Giorno dopo giorno, racconta Khawaja, la situazione peggiora sempre di più e anche le organizzazioni umanitarie attive nel Paese non riescono più a soddisfare i bisogni della popolazione. Attualmente, poi, la minaccia posta dalla diffusione del Covid-19 preoccupa ancor di più il popolo yemenita, vista l’assenza di strutture e risorse adeguate, ed un sistema sanitario logorato dal perdurante conflitto.

Da un lato, un rapporto elaborato da un’organizzazione per i diritti umani, la “Rete yemenita per i diritti e le libertà”, ha riferito che, nei primi 20 giorni del mese di marzo, il bilancio delle vittime causate dagli attacchi del gruppo di ribelli sciiti Houthi in Yemen include 53 civili morti, tra cui 4 donne e 6 bambini, e altri 36 feriti. Dall’altro lato, sono almeno 600 i raid e gli attacchi condotti dalla coalizione a guida saudita negli ultimi anni, secondo quanto documentato da un’altra organizzazione, la SAM organization, la quale ha altresì riferito che questi hanno causato circa 10.000 vittime civili.

Una delle idee avanzate di recente considera possibile una risoluzione del conflitto attraverso lo smantellamento di tutte le componenti entrate in campo, governo legittimo compreso, e la creazione di un nuovo attore nazionale, in cui sia il popolo yemenita ad essere il protagonista. Si tratterebbe, pertanto, di un colpo di Stato, in cui gruppi di resistenza andrebbero a formare una sorta di Consiglio militare o politico. Tuttavia, per alcuni, tra cui un esperto militare, Ali al-Dhahab, la complessità che caratterizza attualmente il conflitto non rende possibile una ipotesi simile. Questo soprattutto perché sono diversi gli attori entrati in gioco negli anni, ciascuno con obiettivi diversi. Pertanto, per al-Dhahab, la popolazione yemenita dovrebbe appoggiare il governo legittimo, in quanto questo gode ancora del supporto esterno necessario a portare stabilità nel Paese, nel rispetto del popolo stesso.

In tale quadro, secondo quanto riporta il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, nella sera del 24 marzo, gli Houthi hanno risposto all’invito delle Nazioni Unite di porre fine al conflitto per affrontare il nuovo “nemico comune” rappresentato dal Covid-19. Tuttavia, i ribelli sciiti hanno posto delle condizioni per deporre le armi, rivelate nel corso di un incontro con l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths.

La prima è la cessazione delle ostilità da parte dei gruppi opposti, con riferimento particolare alla coalizione a guida saudita, e la revoca delle operazioni di ispezione e assedio per le navi commerciali che approdano nel porto di Hodeidah. Altra condizione è il pagamento di stipendi agli impiegati statali che lavorano nelle aree poste sotto il controllo degli Houthi. È stato poi richiesto il rilascio di tutti i prigionieri e i detenuti, la revoca del divieto di utilizzo dell’aeroporto internazionale di Sana’a, oltre che dell’assedio sulla città di Taiz, e l’apertura di tutti i corridoi umanitari delle diverse province yemenite. Affinché si rispetti un cessate il fuoco, poi, gli Houthi hanno richiesto un dialogo diretto con i Paesi espressisi contro di loro, e un canale di comunicazione con i partiti yemeniti, con il fine di discutere della natura della cessazione della guerra.

Tuttavia, i leader Houthi hanno garantito all’inviato delle Nazioni Unite che istituiranno sale operative nelle diverse aree del Paese, attraverso cui favorire lo scambio di informazioni relative alla diffusione di Covid-19, sebbene sia stato evidenziato come l’embargo posto nelle aree portuali rappresenti un ostacolo agli sforzi profusi per arginare la diffusione del virus. Un blocco simile, è stato specificato, impedisce l’arrivo delle attrezzature mediche e dei medicinali necessari. Altro punto fondamentale per gli Houthi è la liberazione dei prigionieri, con il fine di evitare una catastrofe all’interno delle carceri.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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