Il G7 discute della “campagna di disinformazione” della Cina sul coronavirus

Pubblicato il 25 marzo 2020 alle 17:43 in Cina USA e Canada

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Il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha dichiarato che i rappresentanti del G7, durante una video conferenza, hanno discusso della “campagna di disinformazione intenzionale” della Cina sul coronavirus, il 25 marzo.

La notizia è stata resa nota durante una conferenza stampa del Dipartimento di Stato, in cui Pompeo ha ripetuto le accuse statunitensi contro Pechino. Secondo alcuni rappresentanti di Washington, la Cina ha ritardato la condivisione delle informazioni sul virus. Pompeo ha, inoltre, affermato che tutti i membri del G7 erano “profondamente consapevoli” della campagna di disinformazione portata avanti da Pechino. Il G7 è un’organizzazione intergovernativa ed internazionale composta da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, e Stati Uniti d’America. 

Le parole di Pompeo sottolineano il clima di tensione tra Washington e Pechino. Tuttavia, un’analisi delle prime settimane in cui si è diffuso il virus può rivelare le difficoltà e i passi falsi della sanità pubblica cinese nel gestire la crisi e mette in luce alcune delle responsabilità di Pechino nel diffondersi dell’epidemia. Il Washington Post ha ricostruito il percorso del coronavirus dal “paziente zero” agli oltre 10 mila contagi, tramite uno studio delle dichiarazioni ufficiali, dei rapporti dei medici cinesi, dei dati scientifici rilasciati solo successivamente e delle interviste con i funzionari della sanità pubblica e gli esperti del campo. Secondo il quotidiano statunitense, la cultura burocratica cinese ha portato gli individui a privilegiare la stabilità politica rispetto alla gestione del rischio e questo può aver permesso al virus di diffondersi più lontano e più velocemente.

Secondo quanto riferisce il Post, per esempio, i primi medici che hanno cercato di dare l’allarme per il coronavirus sono stati posti sotto sequestro dalla polizia. Allo stesso modo, i media hanno evitato di menzionare l’epidemia per settimane e la politica, nel frattempo, si è concentrata sul mantenimento della stabilità e sull’elogio del Partito e del suo leader, Xi Jinping. “Il sistema sanitario pubblico cinese si è modernizzato, ma il sistema politico cinese non ha fatto lo stesso”, ha dichiarato Jude Blanchette, responsabile degli studi sulla Cina presso il Center for Strategic and International Studies di Washington. “Semmai, c’è stata una regressione”, ha aggiunto l’esperto. 

A metà dicembre 2019, alcuni pazienti nella città di Wuhan hanno cominciato a presentare quello che sembrava un mix di sintomi influenzali: febbre, difficoltà respiratorie, tosse. I primi indizi indicavano che si poteva trattare di una polmonite virale. Tuttavia, i medici di Wuhan, una città di 11 milioni di persone della Cina centrale, non sono stati inizialmente in grado di individuare la causa di tale malattia. Voci di un misterioso virus hanno iniziato a turbinare sui social media cinesi, in particolare tra i medici. Un resoconto pubblicato sui media cinesi solo il 30 gennaio 2020, da un tecnico di laboratorio anonimo che afferma di lavorare in una struttura convenzionata con gli ospedali, riporta che la sua azienda aveva ricevuto i campioni da Wuhan e aveva individuato un coronavirus che somigliava per l’87% alla SARS, la sindrome respiratoria acuta grave, già il 26 dicembre 2019. 

Il 27 dicembre, i dirigenti del laboratorio hanno tenuto una serie riunioni urgenti per informare i funzionari sanitari di Wuhan e l’ospedale, ha scritto il tecnico. Tuttavia, il Washington Post aggiunge di non essere riuscito a verificare autonomamente le notizie riferite da tale fonte, che includono le immagini dei risultati dei primi test. Entro la sera del 30 dicembre 2019, le prime informazioni stavano iniziando a trapelare. Alle 17:43, Li Wenliang, un oculista del Wuhan Central Hospital, riferì in una conversazione privata ai suoi ex alunni della facoltà di medicina che 7  persone avevano contratto quella che credeva essere la SARS e un paziente era stato messo in quarantena nell’ospedale. La notizia è poi cominciata a circolare sui social network. 

La sera stessa del 30 dicembre, le autorità di Wuhan hanno cominciato a prendere provvedimenti. La commissione sanitaria ha inviato un “avviso urgente” a tutti gli ospedali sull’esistenza di una “polmonite proveniente da causa poco chiara”, omettendo qualsiasi menzione di SARS o di coronavirus, e ha ordinato a tutti i dipartimenti di riferire immediatamente informazioni su casi noti e riportarli alla loro catena di comando. Le prime notizie ufficiali confermarono che esistevano 27 casi di polmonite virale sconosciuta. I funzionari sanitari di Wuhan hanno collegato l’epidemia al mercato all’ingrosso di frutti di mare di Huanan, un luogo dove è possibile acquistare tutti i tipi di animali vivi e hanno rapidamente chiuso la struttura.

I funzionari cinesi hanno poi iniziato a cercare altri possibili infetti, ma si sono concentrati sulle persone che presentavano i sintomi della polmonite o che avevano collegamenti con il mercato ittico e degli animali. Secondo i resoconti, non sono state allertate tutti gli individui affetti da sindromi respiratorie. Solo più tardi gli scienziati e i funzionari hanno cominciato a sospettare che il numero degli infetti potesse essere molto più alto. Solo il 31 dicembre, l’ufficio nazionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è stato messo a conoscenza dei misteriosi casi di polmonite a Wuhan. I funzionari dell’OMS hanno inviato a Pechino un elenco di domande sull’epidemia, hanno offerto assistenza e hanno cominciato a monitorare la possibile entità della crisi. Al momento, le conseguenze attualmente registrate non erano ancora state, tuttavia, nemmeno lontanamente ipotizzate.  

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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