Dalla Palestina alla Siria: il coronavirus mette in pericolo le prigioni

Pubblicato il 25 marzo 2020 alle 15:56 in Palestina Siria

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Le organizzazioni per i diritti umani hanno messo in guardia da una possibile diffusione di Covid-19 nelle carceri siriane, caratterizzate da sovraffollamento e risorse insufficienti. In Palestina, i detenuti hanno protestato appiccando il fuoco nelle proprie celle.

Nello specifico, il 25 marzo, una delle ricercatrici di Amnesty International, Diana Samaan, ha affermato che se il virus si diffonderà all’interno delle carceri siriane, ciò che potrebbe verificarsi è una catastrofe umanitaria. A detta della ricercatrice, tale affermazione si basa sul fatto che, come dimostrato negli ultimi nove anni di conflitto, i detenuti non ricevono assistenza medica adeguata, anche in caso di malattie meno complesse rispetto al coronavirus. Pertanto, il governo siriano è esortato a mobilitarsi e a fornire le cure mediche necessarie, per il Covid-19 così come per le altre infezioni.

Le carceri e i centri di detenzione posti sotto il controllo del regime siriano ospitano attualmente decine di migliaia di detenuti, in gran parte manifestanti o cittadini che hanno espresso il proprio dissenso nei confronti del governo e del presidente siriano, Bashar al-Assad. Secondo quanto riportano Amnesty International e Human Rights Watch, spesso i detenuti vengono posti in celle strette e affollate, prive di sistemi di aerazione adeguati, rendendo l’ambiente fertile alla diffusione di malattie. Inoltre, per la maggior parte dei casi, non vengono loro fornite le risorse alimentari e mediche di cui necessiterebbero. Una ricercatrice di Human Rights Watch, Sarah Kayali, ha poi dichiarato che la diffusione di Covid-19 nei centri di detenzione sarebbe catastrofica non solo perché il virus è altamente contagioso e in alcuni casi mortale, ma anche perché il governo siriano, negli ultimi anni, ha torturato e maltrattato i detenuti, rendendoli più vulnerabili.

Le prime preoccupazioni nelle prigioni siriane sono state sollevate il 22 marzo scorso, dopo che la Siria ha registrato la prima infezione da coronavirus, riguardante una ragazza di circa 20 anni proveniente dall’estero. In una dichiarazione congiunta, del 23 marzo, 43 tra organizzazioni per i diritti umani e gruppi di opposizione hanno invitato il regime a rilasciare immediatamente prigionieri e detenuti politici e a non effettuare nuovi arresti per limitare la trasmissione del virus. A tali richieste si è aggiunto altresì l’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Geir Otto Pedersen, il quale ha invitato il governo a consentire alle organizzazioni umanitarie di entrare nelle carceri e fornire l’assistenza adeguata.

In tale quadro, il 22 marzo scorso, Assad ha concesso l’amnistia generale e la riduzione delle pene per “un gran numero di prigionieri”, senza però specificare il numero esatto. Tra le categorie incluse nella disposizione, i detenuti alla soglia dei 70 anni o coloro che soffrono di malattie croniche. Un consigliere del governo, Abdul-Qader Azouz, ha successivamente dichiarato che l’amnistia riguarda i crimini commessi dall’inizio della guerra nel 2011, tra cui anche operazioni antigovernative online e alcuni atti di terrorismo. La pena di morte sarà sostituita lavori forzati a vita, mentre quelli che scontano l’ergastolo saranno sottoposti a 20 anni di lavori forzati. I prigionieri minorenni riceveranno uno sconto della pena pari alla metà, mentre i disertori dell’esercito all’interno del Paese riceveranno l’amnistia in caso di resa entro tre mesi. Tuttavia, secondo quanto riferito da alcune organizzazioni, non sono stati inclusi i detenuti per crimini legati all’attivismo politico e civile.

Nel frattempo, fonti palestinesi hanno rivelato che, il 25 marzo, alcuni detenuti palestinesi di una prigione israeliana hanno dato fuoco ai propri beni posti in cella, in segno di protesta contro la negligenza dimostrata di fronte alla diffusione del coronavirus. Secondo quanto riportato dal capo della commissione per gli affari dei prigionieri dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Qudri Abu Bakr, l’episodio si è verificato nel centro di detenzione israeliano di Nafkha, dove sono stati riportati diversi danni materiali, ma nessun ferito. Tale protesta, è stato specificato, nasce dalla mancanza di risorse adeguate a far fronte all’emergenza sanitaria, le quali, secondo quanto lamentato, non sono state fornite dalle autorità israeliane.

In tal caso, l’Osservatorio Euro- Mediterraneo per i Diritti Umani ha lanciato una petizione, chiedendo a Israele di liberare immediatamente i detenuti palestinesi, in particolare malati e bambini, alla luce dei rischi che potrebbero derivare dalla diffusione di Covid-19. Secondo quanto dichiarato dall’Osservatorio stesso, centinaia di detenuti palestinesi in Israele potrebbero essere in pericolo, soprattutto dopo che è stato rivelato che uno psichiatra di una delle prigioni israeliane aveva contratto il virus. Anche per le carceri israeliane, poi, è stato evidenziato come queste siano sovraffollate e prive delle strutture e risorse necessarie per affrontare la pandemia.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.