Coronavirus: l’Arabia Saudita chiude la capitale e le città sante

Pubblicato il 25 marzo 2020 alle 16:49 in Arabia Saudita Medio Oriente

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Il sovrano dell’Arabia Saudita, il re Salman bin Abdulaziz, ha deciso, il 25 marzo, di attuare misure più restrittive nel Regno, volte a frenare la diffusione di Covid-19 e a salvaguardare la salute di cittadini e residenti.

In particolare, è stato decretato il coprifuoco per la capitale Riad e le due città sante di Medina e La Mecca, a partire dal 26 marzo, dalle ore 15:00 alle 07:00 del mattino. Parallelamente, sono stati vietati gli spostamenti tra le 13 province del Regno. Un primo coprifuoco, dalla validità di 21 giorni, era stato già imposto il 23 marzo, dopo che nel Paese era stato registrato un aumento dei casi positivi al coronavirus ed un secondo decesso, riguardante una donna straniera di 46 anni residente a La Mecca. La prima vittima riguardava, invece, un residente di origine afgana. Secondo gli ultimi dati del 24 marzo, il numero dei contagi nel Regno ha raggiunto quota 900.

Già il 21 marzo scorso, era stata stabilita la sospensione di tutti i voli nazionali e delle corse di autobus, taxi e treni, ad eccezione di voli per casi umanitari o con comprovata necessità, aeromobili di evacuazione medica e di aviazione privata, così come gli autobus ed i taxi destinati al trasporto di personale sanitario o governativo, ed alcuni treni adibiti al trasporto merci. L’Arabia Saudita ha poi agito anche a livello religioso, sospendendo le pratiche e le cerimonie, così come la preghiera del venerdì presso le due moschee del Regno, ovvero la Sacra Moschea della Mecca, altresì nota come Grande Moschea, e quella del Profeta, considerata la seconda moschea più sacra per l’Islam.

L’emergenza coronavirus ha coinvolto il Regno saudita nella cosiddetta “Guerra dei prezzi di petrolio”, in cui l’altro protagonista è Mosca. Nello specifico, di fronte al forte calo dei prezzi di petrolio, fino al 6 marzo scorso, l’Arabia Saudita aveva accettato di ridurre la propria produzione di greggio con il fine di sostenere i prezzi, già diminuiti allora al 20%. Una proposta a cui, però, la Russia si è opposta, indietreggiando, in tal modo, dall’accordo OPEC+. Si tratta di un patto che riunisce i produttori membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) e gli altri produttori, ed in cui Mosca rappresenta una dei principali produttori non OPEC. Ciò ha scatenato quella che è stata definita “guerra dei prezzi”.

Di conseguenza, l’11 marzo, il Ministero dell’Energia saudita ha chiesto alla compagnia statale Saudi Aramco di aumentare la produzione dai 12.3 milioni di barili, annunciati per aprile, ai 13 milioni, andando ben oltre i 9.7 milioni prodotti in precedenza. Non da ultimo, da aprile prossimo, Riad potrebbe altresì diminuire di circa 8 dollari il prezzo di ciascun barile venduto ai propri partner. Ciò ha dato vita ad una sorta di conflitto, che potrebbe avere conseguenze anche sul commercio petrolifero e sull’economia di altri Paesi a livello internazionale.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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