Coronavirus, Africa: in Sierra Leone stato di emergenza per un anno

Pubblicato il 25 marzo 2020 alle 13:29 in Africa Sierra Leone

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Il presidente della Sierra Leone, Julius Maada Bio, ha dichiarato uno stato di emergenza di 12 mesi per cercare di prevenire la diffusione dell’epidemia di coronavirus. Il Paese, al momento, è uno dei pochi Stati africani a non aver registrato alcun caso. “La rapida diffusione globale del coronavirus rappresenta un rischio immenso per gli esseri umani che può portare a gravi perdite di vite umane e può causare significative perturbazioni socioeconomiche nel nostro Paese”, ha dichiarato Bio in un discorso televisivo, martedì 24 marzo. “Questa situazione richiede misure efficaci per prevenire, proteggere e ridurre la diffusione della malattia in Sierra Leone”, ha aggiunto.

Il provvedimento prevede anche restrizioni sui viaggi all’estero per tutti i funzionari di governo e il divieto di riunioni pubbliche con più di cento persone. Il capo dello Stato ha inoltre ordinato lo schieramento dell’esercito negli aeroporti e nei valichi di frontiera internazionali al fine di garantire la piena attuazione delle misure annunciate. 

In generale, i governi africani hanno introdotto provvedimenti più o meno ampi per arginare la diffusione del virus, tra cui la chiusura delle scuole, l’imposizione di restrizioni di viaggio e il divieto di grandi riunioni. Sul continente, si registrano al momento più di 2.000 casi e i Paesi africani contagiati sono circa 43.

Lunedì, anche il Senegal e la Costa d’Avorio, nell’Africa occidentale, hanno dichiarato lo stato di emergenza di fronte alla nuova pandemia. Il Senegal imporrà un coprifuoco dal tramonto all’alba, mentre la Costa d’Avorio ha dichiarato che introdurrà misure di confinamento graduali. “La velocità di diffusione della malattia ci impone di aumentare il livello della risposta”, ha argomentato il presidente senegalese Macky Sall in un discorso televisivo alla nazione. La scorsa settimana, il Senegal ha sospeso i voli commerciali internazionali e la Costa d’Avorio ha chiuso le discoteche e i cinema. Ma negli interventi televisivi, i presidenti di entrambi i Paesi hanno dichiarato che tali misure si sono rivelate inadeguate. Altri Paesi dell’Africa occidentale, come la Mauritania e il Burkina Faso, che risulta il più colpito della regione, hanno annunciato il loro coprifuoco negli ultimi giorni.

Il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che “il continente deve prepararsi al peggio”. “In altri Paesi abbiamo visto come il virus acceleri effettivamente dopo un certo punto critico. Quindi il miglior consiglio per l’Africa è quello si prepararsi al peggio e di prepararsi oggi”, ha dichiarato Tedros il 20 marzo, sottolineando la necessità di fare più test possibili per poter tenere traccia dei contatti, isolarli e tagliare sul nascere le possibilità di contagio. “Penso che l’Africa dovrebbe svegliarsi, penso che il mio continente dovrebbe svegliarsi”, ha concluso il direttore, che è nato in Eritrea ma ha vissuto fin da piccolo in Etiopia. 

Ciò che spaventa di più, in Africa, è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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