Ancora caos politico in Israele: il presidente della Knesset si dimette

Pubblicato il 25 marzo 2020 alle 14:18 in Israele Medio Oriente

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Mentre aumenta il numero di contagi per coronavirus in Israele, raggiungendo, il 25 marzo, quota 2170, continuano i disordini interni alla Knesset, accentuati dalle dimissioni del suo presidente, Yuli-Yoel Edelstein.

A riferirlo, il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, il 25 marzo, secondo cui le dimissioni di Edelstein sono giunte in concomitanza con il suo rifiuto di indire, per la medesima giornata, una sessione volta a nominare un suo successore. Si tratta di una richiesta avanzata il 23 marzo dalla Corte Suprema, su invito del leader del partito Blue and White, Benny Gantz. In particolare, il 18 marzo, il presidente della Knesset, esponente del partito rivale di Gantz, ovvero Likud, guidato dal premier Benjamin Netanyahu, aveva sospeso i lavori del Parlamento in un clima di crescente preoccupazione legata alla diffusione di Covid-19. Da parte sua, la coalizione Blue and White ha risposto presentando una mozione per sfiduciare Edelstein, così da votare il suo successore e formare nuove commissioni parlamentari.

L’obiettivo finale sarebbe stato dare il via alla 23esima legislatura, a seguito delle elezioni svoltesi il 2 marzo scorso e della nomina di Benny Gantz come premier designato per la formazione di un nuovo governo. Come evidenziato sia da alcuni quotidiani sia da analisti, il voto in Parlamento del 25 marzo avrebbe quasi certamente portato ad una sconfitta di Edelstein e della coalizione di Netanyahu, visti i 61 seggi, pari alla maggioranza, a favore di Gantz. Tale maggioranza consentirebbe al premier designato di far approvare anche due leggi. La prima riguarda il divieto di candidarsi alla guida del governo in caso di implicazione in processi giudiziari, come accaduto per Netanyahu. La seconda non consentirebbe al primo ministro in carica di guidare l’esecutivo per più di due mandati. Anche questa legge, quindi, porrebbe fine alla carriera del premier uscente.

In tale quadro, Eldestein ha giustificato le sue dimissioni accusando la Corte Suprema di approvare una scelta che viola la sovranità del Parlamento, che mostra ingerenza negli affari interni dell’autorità legislativa e, dunque, mina la democrazia di Israele. Pertanto, il capo della Knesset dimesso ha affermato di non voler dar vita ad una “guerra civile”, sperando di poter riprendere a lavorare in giorni migliori. “Oggigiorno il nostro popolo ha bisogno di un governo di unità” sono state le parole del presidente parlamentare. Le dimissioni di Edelstein avranno effetto dopo 48 dalla loro presentazione. Ciò significa che il prossimo presidente della Knesset verrà eletto a partire dal 30 marzo prossimo, rallentando, in tal modo, la fuoriuscita di Israele dalla fase di impasse politica in cui versa da mesi e soprattutto la missione di Gantz, il quale ha 28 giorni di tempo, dalla ricezione del mandato, per presentare un nuovo esecutivo.

Netanyahu, Likud e l’intera coalizione di destra continuano ad esercitare pressione affinché venga formato un governo di unità nazionale o un esecutivo di emergenza volto a far fronte alla pandemia in corso. Tuttavia, il 2 marzo scorso, giorno in cui la popolazione israeliana è stata esortata a recarsi alle urne per la terza volta in un anno, Likud ha ottenuto 36 seggi e, unendosi con la sua alleanza di destra, ha raggiunto quota 58 seggi, un numero inferiore ai 61 richiesti per avere la possibilità di formare il nuovo esecutivo. Altro punto contestato da Netanyahu è la partecipazione della Joint List, sempre più vicina a Gantz, al futuro esecutivo. Si tratta di un’alleanza di quattro partiti che rappresentano principalmente cittadini palestinesi di Israele, e che attualmente detiene 15 seggi. Tuttavia, il premier uscente la considera tra i promotori del terrorismo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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