Coronavirus e lotta per il potere

Pubblicato il 24 marzo 2020 alle 12:02 in Il commento Italia

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Il coronavirus non cambia le regole della politica internazionale. Trump ha dichiarato che la responsabilità del disastro è dei cinesi, mostrando di voler tornare ai nastri di partenza. Era entrato in politica contro Obama annunciando di volersi alleare con la Russia per scontrarsi con la Cina. E siccome vale il detto che “strategia vincente non si cambia”, ribadisce il proprio impeto anti-cinese anche in questa campagna elettorale per il secondo mandato presidenziale. In un contesto così tragico, è accusato di essere cinico e inopportuno: “Anziché avere compassione per i morti – dicono i suoi critici – lotta per i voti”. In realtà, la questione è più complessa di come appare e va chiarita. Trump teme che i cinesi escano dall’emergenza del coronavirus prima degli americani e i suoi timori non paiono infondati. La Cina ha già intrapreso la strada per uscire dal tunnel, mentre gli Stati Uniti sono appena entrati a gran corsa in galleria: una brutta corsa contro il tempo, scandita da un futuro incerto. L’economia cinese potrebbe riprendersi velocemente, mentre quella americana chissà quando. Senza considerare che l’Europa, grande pilastro dell’egemonia americana, potrebbe collassare. Nessuno può prevedere il futuro, che tutti ci auguriamo roseo, ma il pessimismo è un dovere morale per tutti i capi di Stato. E poi – pensa Trump – le iniziative della presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, parlano chiaro: il patto di stabilità dev’essere sospeso perché l’Europa è impegnata in una battaglia per la vita e per la morte. Un concetto rilanciato da Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, la quale annuncia un’immissione di liquidità nel sistema economico di 750 miliardi di euro. È il “quantitative easing”, lo strumento di politica monetaria con cui la Banca centrale europea compra i titoli dello Stato italiano e non solo. Il “giro” è semplice da spiegare: siccome l’Italia non può stampare gli euri, deve pensarci la Banca europea e poi girarli al governo italiano, che li dà ai propri cittadini. Il meccanismo è stato introdotto nel 2015 da Draghi, detto anche “San Mario”, per il bene che ha fatto al suo Paese. Il Pil dell’Italia, la terza economia più grande dell’Unione Europea, potrebbe calare dell’8% nel primo semestre. L’Europa non può permetterlo perché non può permetterselo: le sue economie sono troppo interconnesse. Von Der Leyen, rimediando agli errori passati, ha pronunciato queste parole testuali, che sembrano scritte per l’Italia, la cui economia si basa su piccole e medie imprese: “Gli aiuti di Stato sono i più flessibili di sempre e i governi possono dare i soldi che servono a ristoranti, negozi, piccole e medie imprese”. 

Trump vuole creare un clima psicologico ostile alla Cina, anche nella speranza che i suoi leader perdano i nervi. Se il capo della Casa Bianca non può contare sui governi europei per isolare la Cina, può cercare di suscitare un’ondata di risentimento popolare contro il colosso asiatico. I capi di Stato europei possono forse ignorare Trump, non milioni di elettori. D’altra parte, il nervosismo di Pechino è tangibile. Le sue repliche sono ruvide e a Trump il gioco piace, visto che rincara la dose anti-cinese tutti i giorni. Per il presidente americano il coronavirus non esiste: esiste il “virus cinese”. È questione di contenuti più che di etichette. Trump sta sviluppando una narrazione strategica, concepita per le masse, in cui accusa la Cina di avere nascosto l’esistenza del virus. Dice che, se la Cina avesse informato il mondo a tempo debito, oggi non saremmo in questa condizione. E così il coronavirus è diventato un attore politico, utilizzato dagli Stati come risorsa per avanzare (o non arretrare) nell’arena internazionale. Insomma, Trump ragiona da capo di Stato più che da candidato. Sa che i virus muoiono e gli Stati sopravvivono. Quando tutti guariranno, i capi di Stato saranno chiamati a presentare il bilancio delle posizioni perse e di quelle conquistate. Le leggi della politica internazionale – pensa Trump – non sono cambiate dopo quell’ecatombe della seconda guerra mondiale. Figuriamoci se cambieranno con un virus, come dimostra il lancio di due missili balistici, poche ore fa, da parte della Corea del Nord, che continua a sviluppare il proprio arsenale nucleare. Il virus andrà e la Cina resterà: questo pensa il capo della Casa Bianca. Ecco perché non è il coronavirus, ma il virus della Cina.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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