Coronavirus in Africa: a che punto sono le misure adottate nel continente

Pubblicato il 24 marzo 2020 alle 17:23 in Africa

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Il coronavirus è arrivato più lentamente sul continente africano, ma, nonostante il ritardo, si sta diffondendo con rapidità, arrivando a contagiare più di 1.700 persone. Lunedì 23 marzo, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha annunciato un blocco nazionale di tre settimane per contenere l’infezione, che ha provocato, ad oggi, circa 400 malati in tutto il Paese. “Il governo ha deciso di imporre un blocco nazionale per 21 giorni con effetto da mezzanotte di giovedì 26 marzo”, ha specificato la dichiarazione presidenziale. Il numero di casi confermati in Sudafrica è balzato di sei volte in soli otto giorni, arrivando da 61 a 402. “Questo numero continuerà ad aumentare”, ha avvertito Ramaphosa, sottolineando che “i prossimi giorni sono cruciali”. Il Sudafrica possiede, al momento, il maggior numero di casi dell’Africa sub-sahariana e gli esperti sono preoccupati che il sistema sanitario possa essere sopraffatto se i tassi di infezione continuano ad aumentare.

Lunedì, anche il Senegal e la Costa d’Avorio, nell’Africa occidentale, hanno dichiarato lo stato di emergenza di fronte alla nuova pandemia. Il Senegal imporrà un coprifuoco dal tramonto all’alba, mentre la Costa d’Avorio ha dichiarato che introdurrà misure di confinamento graduali. “La velocità di diffusione della malattia ci impone di aumentare il livello della risposta”, ha argomentato il presidente senegalese Macky Sall in un discorso televisivo alla nazione. Il Senegal ha registrato 12 nuovi casi lunedì, arrivando a un totale di 79, mentre la Costa d’Avorio ne ha registrati 25, per il momento. La scorsa settimana, il Senegal ha sospeso i voli commerciali internazionali e la Costa d’Avorio ha chiuso le discoteche e i cinema. Ma negli interventi televisivi, i presidenti di entrambi i Paesi hanno dichiarato che tali misure si sono rivelate inadeguate. Altri Paesi dell’Africa occidentale, come la Mauritania e il Burkina Faso, che risulta il più colpito della regione, con 99 casi e 4 morti, hanno annunciato il loro coprifuoco negli ultimi giorni.

Altrove nel continente, lo Zimbabwe ha chiuso al traffico tutti i suoi confini, dopo aver riportato la sua prima morte a causa del coronavirus. Il governo ha anche vietato tutte le riunioni pubbliche fino a tempo indeterminato. Anche la Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa, ha chiuso i suoi confini terrestri, così come ha fatto anche l’Etiopia. Finora il secondo paese più popoloso dell’Africa ha registrato solo 11 infezioni e nessun decesso, ma i funzionari etiopi hanno lottato nei giorni scorsi per applicare misure di prevenzione più stringenti, compresi i divieti di grandi raduni pubblici, sollevando il timore che i numeri possano in breve tempo aumentare.

Il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che “il continente deve prepararsi al peggio”. “In altri Paesi abbiamo visto come il virus acceleri effettivamente dopo un certo punto critico. Quindi il miglior consiglio per l’Africa è quello si prepararsi al peggio e di prepararsi oggi”, ha dichiarato Tedros il 20 marzo, sottolineando la necessità di fare più test possibili per poter tenere traccia dei contatti, isolarli e tagliare sul nascere le possibilità di contagio. “Penso che l’Africa dovrebbe svegliarsi, penso che il mio continente dovrebbe svegliarsi”, ha concluso il direttore, che è nato in Eritrea ma ha vissuto fin da piccolo in Etiopia. 

Ciò che spaventa di più, in Africa, è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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