Continua la guerra mediatica tra USA e Cina

Pubblicato il 24 marzo 2020 alle 16:19 in Cina USA e Canada

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Gli editori di 3 giornali statunitensi hanno esortato la Cina a rivedere la decisione di ritirare i permessi di stampa ai propri giornalisti, definendo la mossa “sconsiderata”. 

“Sollecitiamo fortemente il governo cinese a invertire la sua decisione di costringere gli statunitensi che lavorano per noi a lasciare il Paese”, hanno scritto gli editori di 3 importanti testate in una lettera al governo cinese. Questi hanno sottolineato il fatto che la decisione di Pechino è ancora più grave, data la pandemia di coronavirus. “Forse più di ogni grande evento di cronaca nella storia moderna, questo momento sottolinea l’importanza urgente di accurati rapporti sul campo dai centri della pandemia e di condivisione delle informazioni”, hanno poi affermato. Da parte sua, il ministro degli Esteri cinese non ha visionato la lettera, secondo quanto ha riferito il portavoce, Geng Shuang, in un briefing quotidiano, il 24 marzo. Tuttavia, le autorità di Pechino hanno difeso le espulsioni, definendole “contromisure necessarie”, che erano interamente una risposta a “un’oppressione ingiustificabile” dei media cinesi negli Stati Uniti.

La Cina aveva comunicato, il 18 marzo, la revoca delle credenziali ai giornalisti delle 3 testate statunitensi, in risposta alla decisione di Washington di limitare l’accesso dei cittadini cinesi ai media statali negli Stati Uniti. I giornalisti interessati sono quelli che lavorano per il New York Times, il Wall Street Journal e il Washington Post, le cui credenziali dovrebbero scadere entro la fine del 2020. Pechino a chiesto loro di restituire i permessi entro 10 giorni. Il 17 marzo, le autorità di Pechino hanno specificato che non sarà permesso continuare a riportare notizie anche dai territori semi-autonomi di Hong Kong o Macao.

La mossa cinese è arrivata dopo che gli Stati Uniti avevano reso noto, il 18 febbraio, che 5 aziende nel settore dell’informazione, di proprietà statale di Pechino, sarebbero state sottoposte a controlli simili a quelli previsti per le ambasciate straniere. Di conseguenza, è previsto che solo un numero limitato di cittadini cinesi potrà lavorare per tali aziende. Tra i media interessati ci sono l’agenzia di stampa Xinhua, il China Global Television Network e la China Daily Distribution Corp. Questi dovranno dichiarare il registro dei propri dipendenti e delle proprietà possedute negli Stati Uniti presso il Dipartimento di Stato. Geng ha affermato che la Cina si è opposta alle nuove regole statunitensi e Pechino si è riservata il diritto di rispondere a tale provocazione.

“L’espulsione americana di giornalisti cinesi è stata una prova dell’oppressione politica”, ha twittato Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, il 17 marzo. “Per troppo tempo, i media cinesi sono stati trattati ingiustamente in base alle politiche discriminatorie degli Stati Uniti”, si legge nel post. Amnesty International ha affermato che la mossa potrebbe frenare ulteriormente l’accesso alle informazioni in un momento cruciale della pandemia di COVID-19. “Quest’ultima escalation tra Pechino e Washington minaccia di limitare gravemente il flusso di informazioni accurate e indipendenti dalla Cina”, ha dichiarato Joshua Rosenzweig, capo del team di Amnesty nel Paese. “In un momento in cui il mondo ha bisogno di lavorare insieme per combattere la devastazione causata dal virus, cacciare questi giornalisti potrebbe potenzialmente avere gravi conseguenze sulla salute pubblica”, ha aggiunto.

Molti quotidiani statunitensi e internazionali hanno trattato il tema del coronavirus e della governance cinese, in maniera critica. Secondo quanto riportato dal New York Times, l’epidemia era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino, il 31 dicembre 2019. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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