Siria: primo caso di coronavirus, mentre il regime si ritira dal Nord-Est

Pubblicato il 23 marzo 2020 alle 10:02 in Medio Oriente Siria

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Anche la Siria ha registrato il primo contagio da coronavirus. Parallelamente, un convoglio delle forze del regime si è ritirato dalle postazioni precedentemente occupate nel Nord-Est, al confine siro-turco, lasciando spazio alle milizie curde.

Entrambe le notizie fanno riferimento al 22 marzo. In particolare, nella sera di tale giorno, il ministro della Salute siriano, Nizar al-Yaziji, ha dato notizia del primo caso di coronavirus nel Paese, riguardante una ragazza di circa 20 anni proveniente dall’estero. A tal proposito, è stato riferito che sono state già prese le misure necessarie, tra cui controlli medici e la messa in quarantena della paziente. La notizia giunge dopo settimane di rapporti non confermati e di accuse da parte delle forze di opposizione, secondo cui il governo siriano stava nascondendo la realtà dei fatti in materia di Covid-19.

Tuttavia, sono diversi gli operatori umanitari e gli ufficiali e funzionari delle Nazioni Unite che hanno espresso la propria preoccupazione di fronte ad una eventuale diffusione del virus in un Paese, la Siria, gravemente danneggiato da nove anni di guerra civile, le cui conseguenze sono ancor più tangibili se si guarda al sistema sanitario e alle infrastrutture e alle abitazioni distrutte. Nel tentativo di far fronte all’emergenza sanitaria, il 22 marzo, Damasco ha emanato il divieto di circolazione per i trasporti pubblici a partire dal 24 marzo, oltre alla chiusura di scuole, parchi, ristoranti e alcune istituzioni pubbliche. Inoltre, sono state create 19 squadre di emergenza, volte a prestare assistenza nei diversi governatorati del Paese. In tale quadro, 138 siriani, che avevano viaggiato in Paesi colpiti dal Covid-19, sono stati sottoposti a test ma, sino ad ora, nessuno ha dato esito positivo.

La maggiore preoccupazione è legata al fatto che l’Iran, considerato il focolaio del coronavirus in Medio Oriente, nonché il Paese della regione maggiormente colpito, sia uno dei principali alleati del presidente siriano, Bashar al-Assad. Questo comporta l’arrivo di migliaia di militanti provenienti dall’Iran, i quali, nel corso del tempo, si sono stabilizzati soprattutto nella periferia di Damasco a maggioranza sciita, Sayeda Zainab. Numerosi, poi, sono i pellegrini che, dall’Iran, si dirigono verso la capitale siriana.

Anche nel Nord-Est della Siria, le forze di opposizione e quelle curde hanno espresso preoccupazione circa un’eventuale diffusione di Covid-19, soprattutto a fronte degli spostamenti delle forze di Assad. Per quanto riguarda quest’area, il 22 marzo, fonti locali hanno riferito ad al-Jazeera che un convoglio delle forze del regime, formato da decine di carri armati e veicoli militari, ha lasciato le zone al confine siro-turco controllate dalle Syrian Democratic Forces (SDF), dopo che, in precedenza, le forze curde avevano condotto attacchi, causando altresì vittime civili. Nello specifico, l’area in questione è Kobanê, conosciuta in arabo come Ayn al-Arab, e, secondo quanto riferito, il convoglio si è diretto verso la periferia orientale di Aleppo, controllata dal regime.

Le forze di Assad erano entrate nella regione su richiesta delle SDF, con l’obiettivo di salvaguardarle dall’avanzata delle forze turche e di opposizione. L’ultimo attacco, secondo fonti turche, si è verificato il 19 marzo scorso e ha interessato, in particolare, la città di Afrin, nella periferia di Aleppo. Questo ha causato la morte di 5 civili e il ferimento di altri 7, ed è stato perpetrato in concomitanza con il secondo anniversario dell’espulsione delle unità curde dalla città, precedentemente posta sotto il loro controllo per sei anni.

Le Syrian Democratic Forces sono guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG) ed erano state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria. Grazie a tale collaborazione, negli ultimi anni, le SDF sono riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica”, a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si oppone fortemente all’ipotesi che queste possano controllare un territorio così vasto al confine con la Turchia. A tal proposito, una delle ultime operazioni condotte contro tale gruppo è la cosiddetta “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019, un giorno dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’area.

A seguito di una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre 2019. Tuttavia, i combattimenti sono continuati anche successivamente in alcune città, fino a quando, il 22 ottobre 2019, Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Proprio a seguito di tale intesa, alle forze del regime è stato concesso di posizionarsi nella periferia di Raqqa, in aree dapprima controllate esclusivamente dalle Syrian Democratic Forces.

Nel frattempo, la Siria continua ad essere testimone di un perdurante conflitto civile, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011. In tale quadro, la Turchia si è posta a fianco dei ribelli, il cui obiettivo è rovesciare il regime di Assad. Quest’ultimo, a sua volta, viene sostenuto da Mosca. Inoltre, Ankara detiene il controllo di più di 12 postazioni nel governatorato di Idlib, l’ultima roccaforte posta sotto il controllo delle forze di opposizione e al centro di una violenta offensiva sin dal mese di aprile 2019. Prima della tregua del 5 marzo, Ankara aveva dato avvio all’operazione “Spring Shield”, esortando le forze di Assad a ritirarsi dalla zona di de-escalation, nel Nord-Ovest della Siria. La nuova offensiva faceva seguito alla morte di circa 34 soldati turchi, deceduti a causa di un raid siriano a Idlib, il 27 febbraio. Un episodio che aveva fatto temere un ulteriore esacerbarsi delle tensioni, sebbene sia Ankara sia Mosca si fossero dette contrarie ad un conflitto diretto sul suolo siriano.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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