Egitto: 2 ufficiali dell’esercito morti per coronavirus

Pubblicato il 23 marzo 2020 alle 15:41 in Africa Egitto

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In Egitto, due generali dell’esercito sono morti in meno di 24 ore a causa del coronavirus. È quanto ha riportato il quotidiano locale Youm 7, specificando che i decessi sono stati registrati tra domenica 22 e lunedì 23 marzo. Le due vittime sono i generali Shafia Abdel Halim Dawood e Khaled Shaltout. Questultimo, in particolare, stava partecipando a unoperazione di sterilizzazione effettuata su tutto il Paese.

Il Ministero della salute del Cairo ha dichiarato che il bilancio delle vittime nello Stato nordafricano è di 14 persone. I contagiati, invece, sono stati fino ad oggi circa 327, con 56 di loro risultati guariti. Tuttavia, secondo uno studio canadese, citato dal Guardian e dal New York Times, lEgitto starebbe sottostimando i numeri reali dellepidemia. La ricerca, condotta da un gruppo di specialisti di malattie infettive dell’Università di Toronto, ha calcolato che, nel Paese nordafricano, la portata effettiva del contagio sarebbe di oltre 19.310 casi, un numero decisamente superiore a quello confermato dalle autorità. 

Nel suo articolo, il Guardian ha specificato che più di 100 cittadini stranieri che, da metà febbraio a metà marzo, hanno visitato l’Egitto hanno poi mostrato sintomi o sono risultati positivi al coronavirus al loro ritorno a casa. Le crociere sul Nilo sono state ritenute la fonte principale di diffusione dell’epidemia. Il turismo è una pietra miliare dell’economia egiziana e diverse fonti hanno evidenziato come alcuni siti turistici, ad esempio quello di Luxor, sono rimasti aperti anche quando il Paese aveva iniziato a vietare i grandi raduni pubblici e chiuso scuole. Attualmente, anche l’esercito egiziano ha annunciato nuove misure, compreso l’utilizzo del dipartimento di armi chimiche come supporto per i test, ma gli osservatori temono che le misure di emergenza siano state lanciate troppo tardi. I giornalisti del Guardian hanno poi puntato il dito contro i test troppo limitati, le incomplete statistiche sulle infezioni e le potenziali azioni legali contro chiunque sia ritenuto di “diffondere false notizie” sulla malattia. Infine, hanno citato il caso di una donna taiwanese a bordo della crociera di Asara che, per l’Egitto, sarebbe stata la fonte da cui ha preso origine il primo vasto contagio nel Paese. Secondo il Centro per il controllo delle malattie di Taiwan, citato dal giornale inglese, le analisi della donna hanno invece dimostrato che il ceppo contratto era stato preso proprio in Egitto, precisamente a Luxor.

Il governo egiziano, da parte sua, ha negato le affermazioni della stampa estera e ha denunciato i giornalisti del Guardian e del New York Times per cattiva informazione. In una lunga dichiarazione, il servizio d’informazione dello Stato egiziano (SIS) ha affermato che lo studio canadese citato dai due giornali contiene “numeri e stime errate” e i giornalisti sono stati “deliberatamente fuorvianti su una questione molto grave”. L’agenzia ha poi dichiarato che l’Egitto è cooperativo e trasparente nei suoi rapporti, trasmessi all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Infine, il SIS ha chiesto la revoca dell’accredito a Ruth Michaelson, corrispondente del Guardian residente al Cairo, e ha minacciato la chiusura dell’ufficio del giornale nella capitale egiziana.

Nel continente africano, il Nord Africa ha registrato, al momento, il maggior numero di contagi. Il Marocco conta, allo stato attuale, 108 casi, l’Algeria 119, la Tunisia 71 e l’Egitto 257. Per ora, solo la Libia sembra essere senza casi, elemento che avvalora la tesi secondo cui il numero effettivo di persone contagiate nei Paesi africani potrebbe non corrispondere ai numeri ufficialmente confermati. 

In generale, nel mondo, cisono oltre 341.300 casi confermati, con un bilancio delle vittime superiore a 14.700 persone. I guariti, invece, risultano più di 98.800, secondo i dati forniti in tempo reale dalla Johns Hopkins University, con sede negli Stati Uniti.

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Chiara Gentili 

di Redazione

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