Il coronavirus porta una “tregua umanitaria” a Tripoli, ma arrivano siriani per Haftar

Pubblicato il 19 marzo 2020 alle 14:35 in Africa Libia

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L’emergenza coronavirus e le misure sancite sia dal governo tripolino sia dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) sembrano aver portato una relativa tregua nel Sud di Tripoli, il 19 marzo. Tuttavia, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) ha riferito dell’arrivo di aerei a Bengasi provenienti dalla Siria, con a bordo combattenti ed esperti.

La tregua nelle aree meridionali della capitale giunge come conseguenza di una crescente preoccupazione presso i fronti di combattimento, dove si teme che il Covid-19 possa diffondersi, sebbene in Libia non siano ancora stati ufficialmente registrati casi positivi al virus. La notizia è stata confermata dal portavoce del centro media dell’operazione Vulcano di Rabbia, Abdul-Malik al-Madani, il quale ha riferito che la tregua attuale, in realtà, ha fatto seguito ad un attacco perpetrato dalle forze dell’LNA, guidate dal generale Khalifa Haftar, il 18 marzo, nei pressi di Ain Zara, dove una donna è stata uccisa e le due figlie ferite, oltre ad altri civili. A detta di al-Madani, le forze di Haftar hanno cercato di avanzare sia verso Ain Zara sia verso al-Quwaia, ma hanno incontrato la resistenza dell’esercito tripolino, che è riuscito a contrastare l’attentato.

Nel frattempo, il 19 marzo, è entrato in vigore il coprifuoco indetto dallo stesso Haftar per le aree poste sotto il proprio controllo. Secondo quanto riferito già il 18 marzo, questo ha la durata di 12 ore al giorno, dalle ore 6:00 del mattino alle 18:00. Tra le altre misure prese, volte a contrastare la diffusione del coronavirus, vi è altresì la chiusura dei confini con Sudan, Ciad, Niger e Algeria, mentre il premier tripolino, Fayez al-Sarraj, già il 16 marzo, aveva proclamato lo stato di emergenza nel Paese, decretando altresì la chiusura di porti, aeroporti, scuole, università e altri centri di aggregazione, oltre alla riduzione della presenza di funzionari statali nelle pubbliche amministrazioni

In tale quadro, anche gli stessi combattenti, sia dell’LNA sia dell’esercito tripolino, secondo esperti militari e di sicurezza, hanno mostrato una certa preoccupazione di fronte alla possibile diffusione di Covid-19, con il timore che questo possa arrivare in Libia e presso i fronti di combattimento attraverso combattenti stranieri. A tal proposito, secondo quanto riferito dal Ministero dell’Interno del governo tripolino, il 18 marzo, una minaccia particolare potrebbe essere rappresentata da gruppi di combattenti ed esperti siriani giunti a Bengasi.

Nello specifico, il loro arrivo è da collegarsi all’apertura di un ufficio nella città libica di Bengasi, posta sotto il controllo di Haftar, della compagnia aerea Cham Wings, di proprietà di familiari del presidente siriano, Bashar al-Assad, accusata di essere responsabile di attività commerciali sospette. Inoltre, secondo quanto riferito dal Ministero tripolino, tale compagnia avrebbe favorito l’arrivo di siriani aventi legami con i mercenari russi, della cosiddetta Compagnia Wagner, oltre che con membri di Hezbollah e delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane. Per tale motivo, le banche della Libia orientale sono state esortate a non intraprendere affari con la Cham Wings, ed ha invitato le Nazioni Unite e la Missione di Supporto a documentare una tale violazione.

É stato altresì rivelato che i siriani giunti a Bengasi hanno ottenuto visti e autorizzazioni per entrare nei territori libici dall’Autorità per gli investimenti militari, sebbene sia il Dipartimento dei Passaporti e degli Affari Esteri di Tripoli a dover concedere permessi simili. Per il Ministero dell’Interno tripolino, queste operazioni potrebbero aggravare un’eventuale diffusione di coronavirus e causare una “catastrofe umanitaria”.

In realtà, anche il GNA vede tra i propri ranghi la presenza di combattenti siriani. In tal caso, si tratta di militanti appartenenti alle divisioni di Sultan Murad, un gruppo armato di ribelli attivo nella guerra civile siriana, supportato dalla Turchia e allineato con l’opposizione siriana, di Suleyman Shah e di al-Mu’tasim, una fazione affiliata all’Esercito Siriano Libero, una forza armata che mira a rovesciare il presidente siriano Assad. Tali combattenti vengono addestrati e finanziati da Ankara. A tal proposito, è del 19 marzo la dichiarazione dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, secondo cui il numero di combattenti siriani, reclutati dalla Turchia per contrastare le offensive di Haftar a Tripoli, ha oltrepassato il tetto prefissato, pari a 6000, e, pertanto, lo stipendio ricevuto ha subito una riduzione.

La Libia versa in una situazione di grave instabilità da più di nove anni e, nello specifico, dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

In un quadro di emergenza coronavirus che interessa il mondo intero, il 17 marzo, le Nazioni Unite e altri nove Paesi, ovvero Italia, Stati Uniti, Algeria, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Tunisia ed Emirati Arabi Uniti, oltre alla delegazione in Libia dell’Unione Europea, hanno esortato le parti impegnate nel conflitto libico a porre fine alle ostilità per consentire alle autorità locali di far fronte all’emergenza sanitaria, impegnandosi in quella che è stata definita una “tregua umanitaria”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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