Sudan: arrestato un altro fedele dell’ex presidente al-Bashir

Pubblicato il 18 marzo 2020 alle 17:16 in Africa Sudan

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La procura del Sudan ha ordinato, martedì 17 marzo, l’arresto dell’ex ministro degli Esteri, Ali Karti, per il ruolo svolto nell’organizzazione del colpo di stato del 1989, che ha portato al potere il presidente Omar al-Bashir. Nella dichiarazione ufficiale si legge che i beni di Karti saranno congelati e che saranno emessi mandati di arresto per altre 5 persone, tra cui Omar Suleiman, ex parlamentare e fedelissimo di al-Bashir. Si ritiene che l’uomo abbia accompagnato l’ex presidente nella capitale, Khartoum, durante il colpo di stato.

Al-Bashir, che è stato estromesso dal potere ad aprile dopo una serie di proteste di massa contro il suo governo trentennale, è stato incriminato dalla Corte penale internazionale dell’Aia e sta affrontando un mandato di arresto in seguito all’accusa di genocidio nella regione del Darfur, nel Sudan occidentale.

La condanna contro Karti e gli altri membri del regime di Al-Bashir, accusati di aver orchestrato il colpo di stato dell’89, giunge qualche giorno dopo il tentato omicidio ai danni dell’attuale primo ministro sudanese Abdalla Hamdok, avvenuto il 9 marzo. Il premier, di 64 anni, è riuscito a sopravvivere nonostante il pesante attacco, condotto con esplosivi e armi da fuoco, contro il convoglio che lo stava scortando in ufficio. Con un post su Twitter, Hamdok ha assicurato che sta bene e che l’incidente sarà solo un motivo in più per continuare sulla strada del cambiamento nel Paese africano.Il Consiglio supremo sudanese ha definito l’incidente un “attentato terroristico” e ha dichiarato che il Sudan avrebbe aumentato le iniziative volte a reprimere i lealisti di al-Bashir. Sebbene il Consiglio non abbia rivelato chi siano i veri responsabili dell’attacco, ha affermato che i vecchi sostenitori del regime hanno già cercato più volte di interrompere il normale processo di transizione democratica.

In Sudan, dopo mesi di proteste, vige attualmente un governo provvisorio, il cui leader è il primo ministro Hamdok. Le manifestazioni contro il vecchio regime erano iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi avevano portato al rovesciamento dell’ex presidente al-Bashir, estromesso dal potere l’11 aprile, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese aveva dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo il generale Abdel-Fattah Al-Burhan. I manifestanti, tuttavia, continuavano a scendere nelle strade della capitale per protestare e chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e, in base a quanto stabilito nel trattato, il nuovo governo, a composizione mista, avrebbe dovuto guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti.

Il 14 dicembre, al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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