Per Rouhani, l’Iran è libero da sanzioni

Pubblicato il 18 marzo 2020 alle 15:40 in Iran USA e Canada

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Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha affermato che il suo Paese attualmente è libero da tutte le sanzioni imposte sul programma nucleare. Le dichiarazioni giungono a seguito delle nuove restrizioni annunciate da parte statunitense.

La dichiarazione è giunta mercoledì 18 marzo, nel corso di un discorso in occasione della fine dell’anno iraniano, durante il quale il capo di Stato ha evidenziato che “il nemico dell’Iran”, ovvero Washington, non è stato in grado di sottomettere Teheran attraverso la sua campagna di pressioni a livello economico. A tal proposito, Rouhani ha affermato che l’Iran ha oramai posto fine a qualsiasi tipo di impegno e restrizione posto dall’accordo sul nucleare del 2015. In particolare, già il 5 gennaio scorso, secondo quanto riferito, l’Iran ha portato a termine la quinta fase di allontanamento da tale patto attraverso misure sul piano “operativo”. Nello specifico, è in tale data che il Paese aveva minacciato di arricchire ulteriormente l’uranio, oltre i livelli prestabiliti, di produrne in quantità maggiore e di continuare a progredire nel campo della ricerca sul nucleare.

A tal proposito, è del 3 marzo scorso un rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA), affiliata alle Nazioni Unite, in cui viene affermato che la scorta iraniana di uranio arricchito ha superato di cinque volte il limite massimo fissato dall’accordo sul nucleare del 2015. Nello specifico, a partire dal 19 febbraio 2020, tale scorta ha raggiunto la quota di circa 1.510 chilogrammi, una cifra nettamente superiore rispetto al tetto prestabilito di 300 chili. Alcuni analisti ritengono che il livello di uranio arricchito raggiunto dall’Iran possa fornire materiale sufficiente per produrre un’arma nucleare, sebbene sia stata la stessa IAEA a riferire che l’Iran non ha ancora arricchito l’uranio al di sopra del 4.5%, e solo un livello di arricchimento al 90% può rendere l’uranio utilizzabile per la produzione di armi di distruzione di massa. A fronte di tale scenario, l’Agenzia ha altresì chiesto a Teheran di ispezionare le proprie strutture nucleari ritenute sospette, ma l’Iran si è rifiutato, affermando che le accuse rivoltegli provengono, in realtà, dagli Stati Uniti e dall’intelligence israeliana.

Rouhani ha poi volto l’attenzione all’assassinio del generale iraniano a capo della Quds Force, condotto il 3 gennaio scorso attraverso un raid ordinato dal presidente statunitense, Donald Trump, contro l’aeroporto di Baghdad. Per il capo di Stato iraniano, tale episodio ha in realtà rappresentato un duro colpo per Washington e tutti i popoli islamici e “di resistenza” sono pronti a rispondere, mentre Teheran non si sottometterà alle pressioni statunitensi. Inoltre, nel suo discorso del 18 marzo, Rouhani ha sottolineato che il popolo iraniano è stato altresì in grado di trasformare il coronavirus, definito una “catastrofe”, in una epopea, da cui, però, ne uscirà vittorioso.

Il discorso di Rouhani giunge il giorno successivo all’imposizione di nuove sanzioni da parte statunitense. In particolare, il 17 marzo, il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha riferito che il Dipartimento di Stato avrebbe inserito nella “lista nera” nove enti con sede in Sud Africa, Hong Kong e Cina, oltre a tre individui iraniani, accusati di aver intrapreso transazioni commerciali con aziende petrolchimiche iraniane. La cosiddetta lista nera contiene i nominativi di soggetti giuridici e fisici con i quali si vieta l’intrattenimento di qualsiasi relazione commerciale. Allo stesso tempo, a detta di Pompeo, anche la società iraniana per gli investimenti di sicurezza sociale delle forze armate sarebbe stata inserita, mentre il Dipartimento del Commercio ha riferito che la mossa avrebbe riguardato altresì 5 scienziati iraniani, responsabili di aver aiutato non solo l’Iran, ma anche i programmi missilistico e nucleare del Pakistan e la Russia nei propri sforzi di ammodernamento dell’esercito.

Sebbene gli Stati Uniti si siano detti disposti ad offrire aiuti umanitari al popolo iraniano per far fronte all’emergenza coronavirus, per alcuni Washington non accetterà di revocare alcune delle sanzioni imposte sino ad ora contro l’Iran, per facilitare la ripresa di Teheran in una fase delicata, in cui la diffusione di Covid-19 potrebbe ulteriormente danneggiare l’economia e la società iraniana.

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo siglato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. Trump si è ritirato dall’intesa unilateralmente l’8 maggio 2018, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran, e causando una frattura più profonda nei loro rapporti. Tale mossa da parte di Washington ha creato un clima di tensione acuitosi particolarmente a cavallo tra il 2019 ed il 2010. Dal canto suo, Teheran, nel corso del 2019, ha condotto operazioni verso un graduale allontanamento dall’accordo, portando Francia, Germania e Regno Unito, il 14 gennaio scorso, ad attivare il meccanismo di risoluzione delle dispute. La mossa potrebbe causare la reintroduzione di sanzioni contro l’Iran anche da parte delle Nazioni Unite.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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