Marocco: giornalista condannato per un tweet

Pubblicato il 18 marzo 2020 alle 16:28 in Africa Marocco

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Un tribunale marocchino ha condannato il giornalista e attivista Omar Radi a 4 mesi di carcere e a una multa di 500 dirham (circa 50 euro) per aver insultato un giudice su Twitter. Il caso ha indignato gran parte dell’opinione pubblica internazionale nonché i sostenitori della libertà di parola nel Paese nordafricano.

Radi, 33 anni, aveva pubblicato lo scorso aprile un tweet in cui accusava un giudice marocchino di aver lavorato su ordine di qualcun’altro quando aveva deciso di infliggere pesanti condanne ai leader delle proteste che avevano avuto luogo nel Nord del Paese tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. In particolare, in base al verdetto del magistrato, molti dei maggiori manifestanti del movimento di protesta erano stati condannati a 20 anni di prigione. Il gruppo portava avanti, da ottobre 2016, una serie di manifestazioni, più o meno pacifiche, nella regione settentrionale del Rif, chiedendo riforme economiche e sociali, opportunità di lavoro, infrastrutture migliori, ospedali e servizi sanitari più efficienti. La decisione del giudice, ritenuta sproporzionata rispetto all’entità del reato, aveva attirato le critiche anche di numerose organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Dopo il tweet di aprile, Radi era stato immediatamente convocato dalla polizia per riferire sul gesto, in un interrogatorio durato diverse ore. Successivamente rilasciato, l’uomo non era più stato più informato dell’esito delle indagini fino al 26 dicembre, quando il pubblico ministero ha deciso di condannarlo con l’accusa di “insulto a un dipendente pubblico”. Rilasciato su cauzione il 31 dicembre, Radi è tornato in tribunale a marzo.

“Mi aspettavo di essere assolto perché non sono colpevole e stavo solo esprimendo la mia opinione”, ha detto Radi dopo il verdetto di martedì 17 marzo. L’uomo, inoltre, ha chiarito che farà appello alla sentenza.

I gruppi locali per la difesa dei diritti umani hanno denunciato il crescente uso del codice penale per giudicare sempre più casi che riguardano la libertà di parola e di espressione. Negli ultimi mesi, i tribunali marocchini hanno condannato una decina di persone a pene detentive fino a 4 anni con accuse che includono insulto alle istituzioni o ai funzionari pubblici e incitamento alle proteste. Il caso di Radi ha scatenato un’ondata di solidarietà da parte di organizzazioni come la marocchina Freedom Now ma anche la più internazionale Human Rights Watch e Amnesty International, che hanno tutte chiesto il rilascio immediato del giornalista.

“Non avrebbe mai dovuto essere processato o condannato per aver espresso opinioni pacifiche sui social media. Questa sentenza rafforza il messaggio secondo cui chiunque difenda i diritti umani in Marocco sarà punito”, ha dichiarato Amnesty International in una nota.

Il Marocco ha a lungo goduto della reputazione di Paese tra i più progressisti del mondo arabo. Tuttavia, negli ultimi anni, molti cittadini hanno preso coscienza di quanto sia ancora ampio il divario tra le promesse di maggiore libertà e la vita reale, fatta di frequenti repressioni. Diversi episodi, verificatisi negli ultimi mesi, hanno diffuso un risentimento sempre maggiore nell’opinione pubblica e portato centinaia di marocchini a protestare per le strade delle città, da Rabat a Casablanca.

Il caso di Radi è emblematico perché fa da specchio a una tendenza generale molto più ampia, radicata nel sistema marocchino, quella di una frequente repressione del dissenso e della libertà di stampa. Un altro marocchino, lo youtuber Mohamed Sekkaki, altresì noto come “Moul Kaskita”, è stato condannato a 4 anni di prigione da un tribunale della città di Settat per aver “insultato il re”. Sekkaki, i cui video superano le 100.000 visualizzazioni, era stato arrestato a inizio dicembre dopo aver pubblicato un filmato in cui definiva i marocchini “scimmie” e criticava il re Mohammed VI, considerato “inviolabile” dalla Costituzione. Pochi giorni prima della condanna contro Sekkaki, uno studente del liceo, accusato di aver pubblicato su Facebook una canzone controversa che denunciava l’ingiustizia in Marocco, aveva ricevuto un’altra pena, da molti giudicata scandalosa, a 3 anni di carcere. La canzone, “Aach al Chaab”,che in arabo significa “lunga vita al popolo”, è stata scritta dal famoso rapper marocchino Mohamed Mounir, noto come Gnawi, anch’egli già condannato a novembre a un anno di carcere per “insulti contro la polizia”. L’ONG Reporters Without Borders, che misura i livelli di libertà di stampa in diversi Paesi, posiziona il Marocco al 135esimo posto su 180, nella classifica mondiale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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