La Cina revoca le credenziali ai giornalisti di 3 testate statunitensi

Pubblicato il 18 marzo 2020 alle 12:32 in Cina USA e Canada

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La Cina ha comunicato che revocherà le credenziali dei giornalisti di 3 testate statunitensi, in risposta alla decisione di Washington di limitare l’accesso dei cittadini cinesi ai media statali negli Stati Uniti.

Pechino ha chiesto ai giornalisti statunitensi che lavorano per il New York Times, il Wall Street Journal e il Washington Post, le cui credenziali dovrebbero scadere entro la fine del 2020, di restituire i loro permessi entro 10 giorni, secondo una dichiarazione resa nota il 18 marzo. Non è ancora chiaro quanti giornalisti saranno colpiti da tale misura. Il 17 marzo, le autorità di Pechino hanno specificato che non sarà permesso continuare a riportare notizie anche dai territori semi-autonomi di Hong Kong o Macao.

La mossa di Pechino è arrivata dopo che gli Stati Uniti avevano reso noto, il 18 febbraio, che 5 aziende nel settore dell’informazione, di proprietà statale cinese, sarebbero state sottoposte a controlli simili a quelli previsti per le ambasciate straniere. Di conseguenza, è previsto che solo un numero limitato di cittadini cinesi potrà lavorare per tali aziende. Tra i media interessati ci sono l’agenzia di stampa Xinhua, il China Global Television Network e la China Daily Distribution Corp. Questi dovranno dichiarare il registro dei propri dipendenti e delle proprietà possedute negli Stati Uniti presso il Dipartimento di Stato. Geng ha affermato che la Cina si è opposta alle nuove regole statunitensi e Pechino si è riservata il diritto di rispondere a tale provocazione.

“L’espulsione americana di giornalisti cinesi è stata una prova dell’oppressione politica”, ha twittato Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, il 17 marzo. “Per troppo tempo, i media cinesi sono stati trattati ingiustamente in base alle politiche discriminatorie degli Stati Uniti”, si legge nel post. Amnesty International ha affermato che la mossa potrebbe frenare ulteriormente l’accesso alle informazioni in un momento cruciale della pandemia di COVID-19. “Quest’ultima escalation tra Pechino e Washington minaccia di limitare gravemente il flusso di informazioni accurate e indipendenti dalla Cina”, ha dichiarato Joshua Rosenzweig, capo del team di Amnesty nel Paese. “In un momento in cui il mondo ha bisogno di lavorare insieme per combattere la devastazione causata dal virus, cacciare questi giornalisti potrebbe potenzialmente avere gravi conseguenze sulla salute pubblica”, ha aggiunto.

Molti quotidiani statunitensi e internazionali hanno trattato il tema del coronavirus e della governance cinese, in maniera critica. Secondo quanto riportato dal New York Times, l’epidemia era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino, il 31 dicembre 2019. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

 

di Redazione

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