Iraq: il quarto attacco in sette giorni colpisce la Green Zone

Pubblicato il 18 marzo 2020 alle 9:49 in Iraq USA e Canada

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Almeno tre missili Katyusha sono stati lanciati contro la Green Zone della capitale irachena Baghdad, nei pressi dell’ambasciata statunitense.

Secondo quanto riferito da ufficiali dell’esercito iracheno, l’episodio si è verificato nella tarda serata del 17 marzo ed ha interessato l’area fortificata situata nella capitale irachena, sede di istituzioni governative ed ambasciate, tra cui quella statunitense. Un portavoce della coalizione internazionale a guida statunitense, Myles Caggins, ha riferito che i missili sono precipitati a circa 2 km di distanza dall’ambasciata USA, ma, sino ad ora, non sono state riportate vittime.

Si tratta del quarto attentato di tale tipo in soli sette giorni. L’ultimo si è verificato nelle prime ore del 17 marzo, quando due missili hanno colpito una base di addestramento militare nel Sud di Baghdad, dove sono presenti sia truppe della coalizione internazionale a guida statunitense sia funzionari NATO. Secondo quanto riferito da membri dell’esercito iracheno, l’attacco ha interessato, in particolare, la base di Besmaya, situata a 60 km a Sud della capitale irachena, che ospita forze spagnole legate alla coalizione anti-ISIS e forze di addestramento NATO. I missili sono partiti, a detta dei soldati iracheni, da terreni agricoli di una zona industriale nella città di Nahrawan, a Sud di Baghdad. Tuttavia, non sono stati riferiti ulteriori dettagli, né informazioni su eventuali vittime.

Proprio il 16 marzo, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, aveva avvertito l’ex primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, della prontezza di Washington di fronte a nuovi attacchi, esortando il governo iracheno a difendere la coalizione a guida statunitense impegnata nella lotta contro l’ISIS. Secondo quanto riferito, poi, gli Stati Uniti avrebbero adottato ulteriori misure per difendere le proprie forze situate nei territori iracheni.

Non è la prima volta che la Green Zone irachena e l’ambasciata statunitense sono il bersaglio di attacchi, presumibilmente perpetrati da gruppi filo-iraniani. Gli ultimi episodi sono da collocarsi nel clima di crescente escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020, il cui culmine è stato rappresentato dall’uccisione del generale iraniano a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e di Abu Mahdi al-Muhandis, vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare, deceduti, il 3 gennaio, a seguito di un raid aereo ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro l’aeroporto di Baghdad.

Precedentemente, il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena aveva causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Il 29 dicembre, poi, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, il 31 dicembre 2019 ed il primo gennaio 2020, in cui gruppi di manifestanti affiliati alle Forze di Mobilitazione Popolare hanno preso d’assalto il compound.

Gli ultimi due episodi più recenti che hanno interessato il territorio iracheno sono, invece, da riferirsi all’11 e al 14 marzo. In particolare, almeno 10 missili Katyusha hanno colpito, l’11 marzo, una base irachena che ospita soldati della coalizione internazionale anti-ISIS, situata ad al-Taji, a 85 km a Nord della capitale irachena Baghdad. Questo primo attacco ha causato la morte di due soldati statunitensi ed uno britannico, ed il ferimento di altri 12 uomini. Successivamente, la medesima base è stata interessata da un ulteriore attentato, il 14 marzo, che ha causato il ferimento di almeno 2 soldati delle truppe irachene e 3 appartenenti alle forze della coalizione.

Sin da ottobre 2019, sono almeno 24 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah. Queste, note altresì con il nome di Kataib, sono un gruppo paramilitare sciita iracheno e rappresentano il braccio armato delle Forze di Mobilitazione Popolare.

Il clima di tensione che ha caratterizzato l’Iraq da fine dicembre 2019 ha più volte portato la popolazione irachena ad accusare sia gli Stati Uniti sia l’Iran di aver trasformato il proprio Paese in un campo di battaglia. In tale quadro, il Parlamento iracheno, il 5 gennaio, aveva approvato una risoluzione con cui si chiedeva al governo di espellere le truppe straniere presenti in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni, ma il 30 gennaio è stato lo stesso esercito iracheno a dichiarare la ripresa delle operazioni congiunte con la coalizione contro lo Stato Islamico, guidata dagli Stati Uniti.

Nel corso delle proteste che hanno avuto luogo dopo l’attacco dell’8 gennaio, i manifestanti iracheni si erano detti consapevoli dell’impatto delle tensioni tra Washington e Teheran, sia per il Paese sia per la popolazione stessa. Secondo un cittadino sceso in piazza, le autorità al potere in Iraq, governo e Parlamento in primis, stavano agendo contro gli interessi del Paese, a vantaggio di attori internazionali. L’Iraq, era stato evidenziato, si stava calando in un conflitto internazionale in cui non aveva nulla a che fare, e ciò dimostrava ulteriormente che il Paese era governato da autorità “brutali” che agivano contro la propria patria.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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