Il coronavirus avanza in Africa: 31 i Paesi contagiati

Pubblicato il 18 marzo 2020 alle 12:59 in Africa Gambia

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Il Gambia ha registrato, martedì 17 marzo, il suo primo caso di coronavirus, diventando il 31esimo Paese africano contagiato. Una dichiarazione del Ministero della Salute ha riferito che il paziente è una giovane donna arrivata dal Regno Unito. Tutti i passeggeri del volo sui cui viaggiava sono già stati rintracciati, assicurano le autorità. L’unico Stato confinante con il Gambia, ovvero il Senegal, risulta al momento uno dei più colpiti dell’Africa subsahariana. Con quasi 30 casi confermati, il Senegal ha annunciato, già dalla scorsa settimana, una serie di misure che prevedono il divieto di eventi pubblici e la chiusura delle scuole. Il Gambia, al contrario, non ha ancora annunciato misure simili, a differenza di molti altri Paesi africani che stanno attuando provvedimenti sempre più stringenti per la prevenzione o il contenimento del virus.

Diverse nazioni africane, tra cui l’Uganda, il Ghana, il Kenya e il Sudafrica, che rappresenta il Paese sub-sahariano con il maggior numero di casi, hanno recentemente imposto divieti di viaggio da e per l’Europa e gli Stati Uniti. Il Senegal ha vietato le adunanze pubbliche, comprese quelle religiose. Il Sudafrica ha dichiarato emergenza nazionale e ha chiuso metà dei suoi confini. La Libia ha chiuso il suo spazio aereo. La Tunisia ha bloccato le frontiere. Il Marocco ha stanziato circa 1 miliardo di dollari per migliorare le strutture sanitarie. Tuttavia, diversi esperti affermano che gli abitanti del continente non hanno ancora preso abbastanza sul serio la minaccia del virus. Se i presidenti africani hanno avviato misure rigorose per cercare di impedirne la diffusione, la popolazione civile sembra ancora ignara della reale portata del fenomeno. “Questo è il pericolo di cui sono preoccupato. Non vogliamo ripetere ciò che è accaduto in Cina”, ha dichiarato Oyewale Tomori, professore di virologia ed ex presidente dell’Accademia di Scienze nigeriana.

Nel frattempo, il numero di casi nel continente continua ad aumentare lentamente, raggiungendo, fino a mercoledì 18 marzo, più di 410 individui. Non è passato inosservato il fatto che, nonostante le predizioni, la maggioranza dei casi abbia avuto origine in Europa e negli Stati Uniti, e non in Cina. A prescindere dall’origine, tuttavia, molti ritengono che se il virus dovesse entrare in città particolarmente affollate, come Kinshasa, Lagos e Addis Abeba, i risultati potrebbero essere disastrosi. Al momento, però, la situazione sembra ancora non essere particolarmente allarmante visto il ridotto numero di casi rispetto alla vastità della popolazione africana. Ciò che spaventa è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

Alcuni Paesi africani avevano creato nuovi istituti sanitari sulla scia dell’epidemia di Ebola, iniziata nell’Africa occidentale nel 2013, e l’organizzazione dell’Unione africana, dal canto suo, aveva istituito una rete di Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), che coordinano la lotta contro le epidemie. “L’Ebola è stato un campanello d’allarme per l’intero continente che ci ha fatto capire che i nostri sistemi sanitari pubblici erano troppo deboli”, ha dichiarato il Dr. John Nkengasong, direttore dell’Africa CDC. Nonostante tali misure, i sistemi di sanità pubblica del continente non sono mai stati ben finanziati e gli esperti hanno avvertito che questa vulnerabilità, insieme all’affollamento, alle scarse condizioni igieniche delle città e all’imprevedibile movimento delle popolazioni, potrebbero rendere impossibile controllare lo scoppio dell’epidemia.

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Chiara Gentili

di Redazione

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