Turchia: condannati gli scafisti responsabili della morte di Alan Kurdi

Pubblicato il 17 marzo 2020 alle 12:23 in Medio Oriente Turchia

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Tre scafisti turchi, accusati di aver organizzato la traversata nel Mar Egeo in cui morì, nel 2015, il piccolo rifugiato siriano Alan Kurdi, sono stati condannati dal tribunale di Bodrum a 125 anni di prigione ciascuno per traffico di esseri umani e omicidio.

I magistrati avevano identificato 5 persone sospettate di complicità nellorganizzazione della tratta, 2 cittadini siriani e 3 turchi. I siriani erano già stati arrestati nel 2016 e condannati a 4 anni e 2 mesi di carcere ciascuno per “favoreggiamento dellimmigrazione clandestina”. I cittadini turchi, invece, si erano dati alla fuga al momento dellincidente e non sono più stati ritrovati, almeno fino a qualche giorno fa, quando sono stati catturati nella provincia meridionale di Adana, vicino al confine con la Siria.

Il piccolo Alan aveva 3 anni quando è morto e la foto del suo corpo, trovato il 2 settembre 2015 sulla spiaggia di Bodrum, sulla costa egea della Turchia, è diventata il simbolo della crisi dei rifugiati siriani e ha suscitato indignazione a livello globale. Il gommone su cui viaggiava il bambino era partito da lì poco tempo prima, per poi naufragare dopo qualche ora nelle acque dellEgeo. Insieme a lui, altre 4 persone morirono mentre 9 furono salvate.

Attualmente, nelle acque adiacenti alla Turchia si sta vivendo di nuovo una crisi simile a quella del 2015. Da quanto il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha deciso di riaprire le frontiere con lEuropa e di non bloccare più i migranti che dalla Siria, ma non solo, attraverso la Turchia, cercavano di raggiungere il continente, migliaia di rifugiati si sono ammassati al confine con la Grecia e altre migliaia hanno cercato di raggiungere le coste greche via mare.

La situazione, già tesa, all’interno dei centri per migranti delle isole greche dell’Egeo, potrebbe diventare ingestibile. Il primo ministro di Atene, Kyriakos Mitsotakis, ha annunciato, dopo aver consultato il Consiglio di Sicurezza Nazionale, che, a partire dal primo marzo, ha congelato temporaneamente, per un periodo indefinito, tutte le richieste di asilo. La Grecia, al momento, sta gestendo circa 125.000 domande. In più, Atene sta invocando l’articolo 78 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea per convincere l’Unione a fornire alla Grecia l’assistenza necessaria ad “affrontare una situazione di emergenza caratterizzata dall’improvviso e imponente arrivo di cittadini di Paesi terzi”. Inoltre, al fine di alleggerire la situazione di affollamento dei centri per migranti, circa 400 migranti, arrivati a Lesbo dopo il primo marzo sono stati trasferiti, domenica 15 marzo, nel campo chiuso di Malakassa, nella Grecia continentale. Un totale di circa 1.020 migranti e rifugiati sono arrivati a Lesbo, Samo e Chios dall’inizio di marzo e saranno presto trasferiti nei campi profughi della terraferma.

Nell’ambito dell’accordo siglato da Unione europea e Turchia, il 18 marzo 2016, Ankara aveva accettato di bloccare il flusso di rifugiati verso l’Europa in cambio di circa 6 miliardi di euro di aiuti. Il governo turco afferma di aver ricevuto solo una parte del sostegno finanziario promesso. A seguito della decisione di aprire le frontiere verso l’Europa, presa il 29 febbraio dopo l’uccisione di 34 soldati turchi in Siria, la situazione è diventata particolarmente tesa. Migliaia di rifugiati bloccati al confine tra Turchia e Grecia si sono scontrati con la polizia greca e le forze di sicurezza sono state accusate di aver utilizzato gas lacrimogeni contro la folla ammassata lungo i valichi di frontiera. Attualmente, secondo l’agenzia stampa turca Anadolu, sono almeno 10.000 i richiedenti asilo che stazionano presso il confine con l’Europa, dormendo in tendopoli e affrontando serie difficoltà, dato il peggioramento delle condizioni climatiche. Atene, dal canto suo, sostiene di avere “prove schiaccianti” in merito alla strategia della Turchia che si cela dietro lo spostamento di migranti e rifugiati al confine con la Grecia. Intanto, date le tensioni al confine, entrambi i Paesi hanno deciso di aumentare il numero di militari in servizio presso la frontiera. Nello specifico, Ankara ha schierato 1.000 poliziotti delle forze speciali per prevenire i respingimenti presso il fiume Meric, mentre Atene ha deciso di innalzare i criteri di sicurezza lungo tutto il confine turco.

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Chiara Gentili

di Redazione

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