Iraq: altro attacco missilistico contro base USA e NATO

Pubblicato il 17 marzo 2020 alle 13:54 in Iraq USA e Canada

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Due missili hanno colpito una base di addestramento militare nel Sud di Baghdad, dove sono presenti sia truppe della coalizione internazionale a guida statunitense sia funzionari NATO.

I missili sono stati lanciati nella notte tra il 16 ed il 17 marzo, ma l’annuncio è stato dato il 17 marzo da parte delle forze irachene. Secondo quanto riferito da membri dell’esercito iracheno, l’attacco ha interessato, in particolare, la base di Besmaya, situata a 60 km a Sud della capitale irachena, dove sono presenti forze spagnole legate alla coalizione anti-ISIS, guidata dagli Stati Uniti, e forze di addestramento NATO. I missili sono partiti, a detta dei soldati iracheni, da terreni agricoli di una zona industriale nella città di Nahrawan, a Sud di Baghdad. Tuttavia, non sono stati riferiti ulteriori dettagli, né informazioni su eventuali vittime.

Si tratta del terzo episodio consecutivo in territorio iracheno degli ultimi sette giorni, nonché il 24esimo contro strutture statunitensi in Iraq sin dal mese di ottobre 2019. Nello specifico, l’11 marzo, almeno 10 missili Katyusha hanno colpito una base irachena che ospita soldati della coalizione internazionale anti-ISIS, situata ad al-Taji, a 85 km a Nord della capitale irachena Baghdad. Questo primo attacco ha causato la morte di due soldati statunitensi ed uno britannico, ed il ferimento di altri 12 uomini. Successivamente, la medesima base è stata interessata da un ulteriore attentato, il 14 marzo, che ha causato il ferimento di almeno 2 soldati delle truppe irachene e 3 appartenenti alle forze della coalizione. 

Ad essere ritenute responsabili di tali operazioni sono state le Brigate di Hezbollah, un gruppo paramilitare sciita iracheno, altresì noto come Kataib Hezbollah, sostenuto dall’Iran ed attivo nelle guerre civili in Iraq e Siria. Sebbene queste non abbiano ufficialmente rivendicato nessuna delle ultime offensive, Washington ha risposto, nella notte tra il 12 ed il 13 marzo, conducendo raid aerei contro luoghi strategici per le milizie filoiraniane e, nello specifico, un aeroporto iracheno in fase di costruzione, situato nella città santa di Karbala, e cinque depositi di munizioni, in cui erano presenti armi impiegate per colpire le truppe statunitensi e della coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato Islamico. Gli attacchi hanno altresì colpito altre postazioni delle milizie legate alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), situate nel Sud della capitale irachena Baghdad, nello specifico nell’area di Jurf Sakhar, e in altre città meridionali quali Babil, Bassora e Salah al-Din.

Proprio il 16 marzo, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, aveva avvertito il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, della prontezza di Washington di fronte a nuovi attacchi, esortando il governo iracheno a difendere la coalizione a guida statunitense impegnata nella lotta contro l’ISIS. Secondo quanto riferito, poi, gli Stati Uniti avrebbero adottato ulteriori misure per difendere le proprie forze situate nei territori iracheni.

Tali episodi si collocano in un clima di crescenti tensioni che interessano soprattutto Stati Uniti e Iran e che, secondo alcuni, rischiano di trasformare l’Iraq in un terreno di scontro tra attori esterni che mirano a regolare i conti fra loro. In tale quadro, le Brigate di Hezbollah, braccio armato delle Forze di Mobilitazione Popolare, sono state protagoniste dell’escalation di eventi che ha visto Washington e Teheran condurre attacchi sul suolo iracheno tra la fine del 2019 e gli inizi del 2020.

Il quadro delle tensioni comprende l’episodio dell’8 gennaio, data in cui l’Iran ha attaccato due basi irachene, che ospitano truppe statunitensi, con una raffica di missili. Le due basi colpite si trovano, la prima, nel governatorato settentrionale di Erbil, mentre la seconda nella provincia di Anbar, nell’Iraq occidentale. In tale occasione, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) aveva affermato, tramite una dichiarazione su Telegram, che si era trattato dell’inizio di una “vendetta spietata”, volta a vendicare la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio, a seguito di un raid ordinato dal presidente degli USA, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Tale raid ha portato altresì alla morte di Abu Mahdi al-Muhandis, vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare.

Precedentemente, il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena aveva causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Il 29 dicembre, poi, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone.

Tuttavia, è dall’8 maggio 2018 che le relazioni tra Washington e Teheran si sono ulteriormente inasprite, ovvero dalla decisione del presidente degli Stati Uniti di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo esacerbarsi del legame USA-Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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