Coronavirus: la strategia diplomatica adottata dalla Cina con l’Europa

Pubblicato il 17 marzo 2020 alle 12:15 in Cina Serbia

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Dopo aver dichiarato lo stato di emergenza nel Paese, il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic ha chiesto l’aiuto della Cina, considerata “l’unico Paese in grado di aiutare la Serbia”. 

È quanto rivelato, martedì 17 marzo, dal South China Morning Post, il quale ha altresì commentato che dopo aver raggiunto livelli controllabili di diffusione del virus all’interno del proprio territorio, la Cina può ora impiegare la sua diplomazia correlata al coronavirus nell’Europa centrale e orientale. 

Tra i Paesi che hanno invocato l’aiuto della Cina vi è stata la Serbia, il cui presidente ha portato avanti un appello molto diretto, dichiarando di credere “nel suo fratello e amico, Xi Jinping” e nell’aiuto che la Serbia può ottenere dalla Cina, l’unica in grado di aiutare il Paese balcanico. Ciò deriva soprattutto dal fatto che, ha sottolineato Vucic, la solidarietà dell’Europa “è una favola su carta, ma non esiste”, dato che secondo una risoluzione dell’UE, la Serbia non può importare dotazioni medico-sanitarie. 

Eppure, l’emergenza coronavirus nel Paese balcanico è ancora contenuta, con meno di 50 casi e nessun deceduto. Ciò ha fatto si, sottolinea il quotidinao, che la Serbia sia stata lasciata da sola dai leader dell’Unione Europea, di cui il Paese balcanico non è ancora membro, lasciando così spazio alla Cina per dimostrare la sua solidarietà nei confronti dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Ciò, evidenzia il South China Morning Post, consente a Pechino di estendere il suo mezzo diplomatico correlato al coronavirus a una regione che negli ultimi anni è divenuta un campo da battaglia geopolitico per la definizione delle sfere di influenza di UE e Cina.  

La strategia diplomatica correlata al coronavirus adottata dalla Cina si articola in modo binario. Da un lato vi è la fornitura di strumenti e dotazioni mediche, al prezzo di mercato o in via gratuita, ai Paesi maggiormente colpiti, come l’Italia e la Spagna. Dall’altro lato, la Cina sta tenendo sessioni di condivisione di esperienze con Paesi meno sviluppati dell’Europa centrale e orientale, di cui 17 si sono uniti al formato “17+1”. 

In linea con ciò, i funzionari e gli esperti medici della Cina hanno tenuto una videoconferenza con i loro omologhi di Belgrado, insieme a decine di direttori di strutture sanitarie, ospedali e rappresentanti del governo della Serbia. In maniera simile, altre videoconferenze sono state organizzate con la Polonia, la Grecia e la Bosnia.  

In tale contesto, un funzionario europeo, che ha rilasciato dichiarazioni in condizioni di anonimato, ha commentato che la Cina non potrà ospitare il formato 17+1 per via dell’emergenza legata al coronavirus. Eppure, la diffusione del virus stesso è diventata un’opportunità per la Cina, la quale può puntare a costruire relazioni più forti con gli stessi Paesi. 

Il formato 17+1 era stato avviato da Pechino nel 2012, anno in cui ad ospitare l’incontro era stato l’ex premier, Wen Jiabao. Dal 2013 in poi, invece, la delegazione cinese era stata rappresentata dall’attuale premier, Li Keqiang. Tuttavia, l’edizione del 2020 avrebbe visto la diretta partecipazione del presidente, Xi Jinping. A tale riguardo, Li aveva dichiarato che la decisione di Xi Jinping di partecipare al suo posto all’incontro del 2020 dipende dal fatto che siano cambiate le circostanze.

Parallelamente, sono anche i 17 Paesi europei a voler incrementare i propri rapporti con la Cina, come dimostrato da quanto avvenuto nel corso dell’incontro tra Pechino e Atene, quando i due Stati avevano siglato 16 accordi commerciali in settori che vanno dal bancario al turistico e all’energia fotovoltaica. 

Dall’altra parte, i vertici dell’Unione Europea hanno più volte criticato il gruppo dei 17 Paesi +1, considerato una minaccia per quanto riguarda l’omogeneità dell’approccio degli Stati Membri dell’UE nei confronti della Cina, la quale è stata anche accusata di voler espandere la propria influenza in Europa attraverso il progetto della Nuova Via della Seta, con cui Pechino ha costruito infrastrutture in Paesi europei in difficoltà, quali la Grecia e l’Ungheria. 

Il tema della crescente influenza della Cina negli Stati dell’Europa centrale e orientale è stato anche al centro di uno studio ripreso da Emerging Europe e pubblicato da un think tank ungherese, il Political Capital. Nello studio, secondo quanto emerso, gli esperti hanno evidenziato che i Paesi dell’Europa centrale e orientale, e soprattutto Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, sono “particolarmente vulnerabili” all’influenza di regimi autoritari quali Russia, Cina e Turchia, data la debolezza delle strutture democratiche presenti al loro interno. 

In aggiunta, la Cina è sempre più vicina alla regione balcanica da quando, lo scorso 18 ottobre, Bruxelles, e in particolare la Francia che aveva posto il veto, non ha deciso di proseguire con l’apertura del negoziato di adesione per Albania e Macedonia del Nord.  

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Jasmine Ceremigna 

di Redazione

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