USA avvertono l’Iraq: se attaccati, risponderemo

Pubblicato il 16 marzo 2020 alle 19:50 in Iraq USA e Canada

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Il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha avvertito il primo ministro iracheno che gli Stati Uniti risponderanno prontamente al fuoco, se attaccati, secondo una dichiarazione rilasciata il 16 marzo. 

Pompeo ha parlato con il premier iracheno, Adel Abdul Mahdi, domenica 15 marzo, un giorno dopo che 3 soldati statunitensi e altre forze armate dell’Iraq sono state ferite, nel secondo attacco missilistico della settimana contro una base situata a Nord di Baghdad. Il segretario di Stato USA ha dichiarato che il governo iracheno dovrebbe difendere la coalizione internazionale conto lo Stato Islamico, guidata dagli Stati Uniti. Pompeo sostiene che il Paese non stia facendo abbastanza per supportare le truppe internazionali nella loro lotta contro la minaccia terroristica, secondo la dichiarazione del portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus.

“Il segretario Pompeo ha sottolineato che i gruppi che hanno effettuato questi attacchi devono essere ritenuti responsabili e ha sottolineato che gli Stati Uniti non tollereranno gli assalti e le minacce alla vita dei soldati americani e prenderanno ulteriori provvedimenti, se necessario, per autodifesa”, si legge nella dichiarazione. Il comando delle operazioni congiunte dell’Iraq ha riferito che 33 missili katyusha sono stati lanciati vicino a una sezione della base di Taji, l’11 marzo, causando la morte di 2 cittadini statunitensi ed un britannico. I soldati della coalizione hanno poi trovato 7 lanciarazzi e 24 missili inutilizzati nella vicina area di Abu Izam. Nuovi attacchi missilistici hanno colpito, per la seconda volta, la stessa militare, il 14 marzo. Si tratta del 23esimo attacco dal mese di ottobre 2019 ai danni della coalizione.

A seguito del primo assalto, il 12 marzo, gli Stati Uniti hanno condotto raid aerei in Iraq, contro milizie filo-iraniane, tra cui le Brigate di Hezbollah. Il Pentagono ha dichiarato che si è trattato di “attacchi di precisione difensivi”, in cui le forze statunitensi hanno colpito strutture situate “in tutto l’Iraq” appartenenti alle cosiddette Brigate di Hezbollah, inclusi 5 depositi di munizioni, in cui erano presenti armi impiegate per colpire le truppe statunitensi e della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Gli attacchi hanno anche colpito altre milizie legate alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), situate nel Sud della capitale irachena Baghdad, nello specifico nell’area di Jurf Sakhar, e in altre città meridionali quali Babil, Bassora e Salah al-Din. Tuttavia, sino ad ora, non vi sono state indicazioni su eventuali morti o feriti.

Gli USA ritengono che l’Iran si celi dietro tali assalti. Il clima particolarmente teso tra Washington e Teheran è stato segnato da alcune vicende susseguitesi a partire dal 2018. In primis, è necessario citare la decisione del presidente degli Stati Uniti, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche. Le tensioni sono poi cresciute a cavallo tra il 2019 ed il 2020 e la situazione è degenerata quando, nelle prime ore dell’8 gennaio, due basi situate nelle regioni irachene di Erbil e al-Anbar, che ospitavano soldati statunitensi, sono state colpite da una serie di missili. Questi erano stati lanciati da Teheran per rivendicare la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio scorso. L’attacco non ha causato vittime, ma, a detta del Pentagono, circa 100 soldati statunitensi hanno ripotato lesioni cerebrali.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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