Il Libano di fronte a un bivio: cadere o sopravvivere

Pubblicato il 16 marzo 2020 alle 17:17 in Libano Medio Oriente

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Funzionari occidentali hanno invitato il primo ministro libanese, Hassan Diab, a smettere di rispondere alle critiche rivoltegli e ad adottare misure serie, in grado di risolvere i problemi economici e sociali in cui versa attualmente il Paese.

In particolare, un funzionario specializzato in Affari mediorientali presso il ministero degli Esteri di uno Stato europeo ha riferito al quotidiano arabo Asharq Al-Awsat, lunedì 16 marzo, che Diab è impegnato a rispondere alle critiche da parte dei movimenti e partiti politici, tra cui al-Mustaqbal e il Partito socialista progressista, in un momento in cui il premier necessita del sostegno di tutte le componenti politiche per attuare un piano di riforma. In particolare, a detta del funzionario, il premier è consapevole della necessità di mettere in atto un piano di salvataggio che possa risanare la situazione economica del Paese e consentire il rilascio di fondi e finanziamenti da parte di partner europei ed occidentali, più che mai necessari per far fronte alla peggiore crisi economica dalla guerra civile del periodo 1975-1990. In particolare, tale piano dovrebbe essere completato entro il mese di maggio prossimo.

A tal proposito, un giornalista del quotidiano locale Lebanon24 ha sottolineato che Beirut si trova attualmente dinanzi a un bivio, ovvero cadere o sopravvivere. Tuttavia, il futuro, viene specificato, non è affidato al caso ma è nelle mani dei decisori politici libanesi, i quali, per sollevare il Libano da una situazione di caos, dovrebbero percorrere alcune strade fondamentali. Anche secondo il giornalista, Charles Jabbour, il Paese necessita di un vero piano di riforme globale, basato su scadenze specifiche, e che sia in grado di ripristinare la fiducia della popolazione attraverso cambiamenti reali. Non da ultimo, tale piano di riforme dovrà essere in grado di conquistare altresì la fiducia della comunità internazionale, spingendola a cooperare con il Paese, e, pertanto, dovrà volgere lo sguardo anche alle altre problematiche di Beirut, tra cui la corruzione.

Inoltre, a detta di Jabbour, il Paese deve preservare una propria neutralità all’interno del panorama internazionale e regionale, allontanandosi da crisi e controversie, in modo che possano giungere aiuti internazionali soprattutto dagli altri Stati del Golfo. A tal proposito, è stato evidenziato come in passato tale principio non sia stato rispettato, portando Beirut al centro di arene internazionali e a subire altresì le conseguenze di sanzioni. Infine, sottolinea il giornalista, come dimostrato dal boom economico vissuto dal Paese alla vigilia della guerra civile, è necessario altresì un sistema economico liberale basato sull’iniziativa individuale e su una società attiva e vitale.

Il Libano è attualmente in preda ad una delle peggiori crisi economiche e finanziarie, nonché uno degli Stati più indebitati al mondo. Il debito sovrano è pari a 87 miliardi di dollari, ovvero il 170% del PIL. Oltre alle obbligazioni internazionali libanesi, che ammontano a 31 miliardi di dollari, la Banca centrale del Libano ha oneri stimati a 52.5 miliardi di dollari, sotto forma di depositi in valuta estera e certificati di deposito. In tale quadro, l’11 marzo, il Libano ha annunciato che non avrebbe saldato il debito pari a 1.2 miliardi di obbligazioni Eurobond, in scadenza il 9 marzo. Si tratta della prima situazione di default della storia libanese.

Come segnalato nel quotidiano Arab Weekly, in assenza di un piano economico credibile, è altresì improbabile che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) offra al Paese l’assistenza richiesta per mettere in atto le riforme auspicate. Inoltre, il Libano è caratterizzato da una situazione politica particolare, in cui Hezbollah, considerato da Israele e Stati Uniti, oltre ad altri Paesi, un’organizzazione terroristica, esercita una forte influenza sul governo e, al contempo, si è dimostrato restio ad accettare aiuti dal FMI alle loro condizioni. Pertanto, è possibile che il governo intraprenda riforme senza il supporto del FMI, cercando di ridurre le spese e intraprendendo un cammino di aumenti fiscali a lungo termine. In ogni caso, è stato evidenziato, sarà necessario rinegoziare il debito con i creditori internazionali.

Il timore è che una situazione simile possa nuovamente portare la popolazione libanese a riversarsi per le strade in segno di protesta. Ciò è già avvenuto per mesi, dal 17 ottobre 2019, quando gruppi di manifestanti sono scesi in piazza per contestare il governo e la classe politica al potere, considerata corrotta. Tale mobilitazione ha portato alle dimissioni del primo ministro allora in carica, Saad Hariri, il 29 ottobre scorso, a cui hanno fatto seguito settimane di attesa per una personalità indipendente in grado di assumere la guida del governo. Successivamente, il 19 dicembre, il presidente Michel Aoun ha conferito ad un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, l’incarico di formare un nuovo governo per il Paese, la cui formazione è stata annunciata il 21 gennaio scorso.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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