L’Egitto cerca il supporto dei suoi alleati nella questione della grande diga africana

Pubblicato il 15 marzo 2020 alle 6:21 in Egitto Etiopia

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L’Egitto ha iniziato a cercare il sostegno dei Paesi arabi e africani per rafforzare la sua posizione in merito alla questione della grande diga etiope, dopo che il Cairo e Addis Abeba non sono stati in grado di raggiungere un accordo sulle modalità di riempimento del bacino.

Il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha visitato in questi giorni sette Paesi arabi, tra cui Giordania, Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, con il fine di illustrare il punto di vista del Cairo sulla realizzazione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), il futuro sistema idroelettrico più grande di tutto il continente africano. Il tour, della durata di 3 giorni, è stato deciso in seguito all’avvertimento lanciato da Addis Abeba secondo cui l’Etiopia potrebbe iniziare a riempire il bacino idrico della diga a luglio, anche se non venisse raggiunto un accordo con l’Egitto.

Etiopia, Egitto e Sudan, le tre nazioni coinvolte nel progetto, stavano per firmare un accordo sulla diga, dopo una lunga serie di colloqui, il 29 febbraio, ma la delegazione etiope si è rifiutata di partecipare all’incontro e ha richiesto più tempo per completare tutte le consultazioni. Il ministro egiziano dell’Irrigazione, Mohamed Abdel Aty, ha definito la mossa di Addis Abeba “scioccante”. “Dimostra che l’Etiopia non vuole firmare nulla di vincolante”, ha detto il 9 marzo in un’intervista.

L’amministrazione americana, che fa da mediatore nei colloqui, ha chiesto ad Addis Abeba di non riempire il bacino prima di un accordo. Dal canto suo, l’Etiopia ha accusato gli Stati Uniti di non essere imparziali e di seguire un “corso non diplomatico” cercando di influenzare l’esito dei colloqui sulla diga.

L’Etiopia, secondo quanto stabilito in una dichiarazione di principi firmata nel 2015 dai tre Paesi, non potrebbe iniziare a riempire la diga senza l’approvazione dell’Egitto, ma Addis Abeba insiste che andrà avanti con il progetto anche senza l’approvazione del Cairo. Il 3 marzo, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha chiesto ai comandanti dell’esercito egiziano di essere pronti a svolgere nuove missioni per difendere la sicurezza nazionale dell’Egitto. Una settimana dopo, Sisi ha mandato il suo capo dei servizi segreti, il generale Abbas Kamel, in Sudan, per assicurarsi che il Paese non si sarebbe allineato con l’Etiopia. Kamel ha incontrato alti funzionari del Consiglio Sovrano di Transizione del Sudan, incluso il leader Abdel Fattah al-Burhan. Kamel è stato anche a Juba, nel Sudan del Sud, a pochi chilometri dal confine etiope e dal sito della GERD, e qui ha incontrato il presidente Salva Kiir e altri funzionari sudsudanesi.

L’Egitto, affermano gli analisti, è intenzionato a perseguire tutte le vie possibili per proteggere i suoi diritti idrici, incluso il coinvolgimento di più parti internazionali. “Insistendo per non firmare un accordo vincolante, l’Etiopia dimostra il suo desiderio di causare danni all’Egitto”, ha detto Diaa al-Qousi, esperto idrico. “Questo è il motivo per cui l’Egitto dovrebbe chiedere aiuto a tutte le istituzioni internazionali, comprese le Nazioni Unite e l’Unione Africana”, ha aggiunto.

La questione della grande diga africana, meglio conosciuta con l’acronimo GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), è da tempo motivo di tensione soprattutto tra Egitto ed Etiopia. Quest’ultima ha avviato la realizzazione del progetto idroelettrico, destinato a diventare il più grande del continente, nel 2011, ma da quel momento varie battute di arresto ne hanno rallentato la costruzione. L’Egitto ha sempre mostrato grande preoccupazione in merito alla diga, che, a suo avviso, potrebbe rischiare di intaccare il fabbisogno idrico del Paese, dipendente al 90% dalle acque del fiume Nilo. L’Etiopia, invece, sostiene che il progetto idroelettrico è essenziale per sostenere la sua economia, in rapida crescita, e, potenzialmente, potrebbe essere in grado di favorire lo sviluppo di tutta la regione. Il quadro delle trattative è complicato dall’esistenza di due trattati, stipulati nel 1929 e nel 1959, che regolano la gestione delle acque del Nilo e dei suoi affluenti, attribuendo al Cairo una percentuale maggiore rispetto all’Etiopia e al Sudan, il terzo Paese coinvolto nella disputa, corrispondente a circa 55 miliardi di metri cubi.

Le sedute per discutere i lavori da intraprendere sulla diga erano ricominciate il 15 settembre, dopo che l’ultimo incontro tra il presidente al-Sisi e il premier Abiy Ahmed si era tenuto a luglio 2018. Da settembre, tuttavia, i progressi sono stati altalenanti, con frequenti accuse reciproche di insufficiente collaborazione e di eccessiva “inflessibilità”. Le speranze si sono poi riaccese a metà ottobre, quando, qualche giorno prima del vertice di Sochi, organizzato dal presidente russo Vladimir Putin il 23 e il 24 ottobre, le parti hanno accettato di riprendere le negoziazioni e di avallare l’intervento di mediatori esterni che potessero dare il loro contributo per risolvere la situazione. Risale a novembre l’intervento dell’amministrazione Trump che ha invitato i ministri degli Esteri di Egitto, Etiopia e Sudan a discutere congiuntamente del gigantesco progetto della diga, con l’imprescindibile mediazione di Washington. Da quel momento, sono stati 7 gli incontri tenutisi negli Stati Uniti in merito alla GERD.

La costruzione del più grande sistema idroelettrico africano dovrebbe generare più di 6.000 megawatt di elettricità. A gennaio, il Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope aveva garantito che, nonostante gli ultimi ritardi e le trattative in sospeso, la diga avrebbe cominciato la sua produzione a fine 2020 e sarebbe diventata pienamente operativa nel 2022. Attualmente, la GERD, dal costo di circa 4 miliardi di dollari, è al 70% del suo completamento. Si pensa che la diga, una volta terminata, renderà l’Etiopia uno dei principali produttori di energia della regione dell’Africa orientale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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