La rivoluzione dei dissidenti iraniani parte dall’Albania

Pubblicato il 13 marzo 2020 alle 12:24 in Albania Iran

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Migliaia di cittadini iraniani si trovano in Albania, dove pianificano una rivoluzione volta al rovesciamento del governo di Teheran. 

È quanto emerso in un report diffuso il 13 marzo da Agence France Presse, ripreso da France24, dove si legge che i dissidenti iraniani in esilio in Albania credono che il 2020 possa essere un anno decisivo, dal momento che le tensioni di cui è teatro l’Iran potranno essere di aiuto per il raggiungimento dei propri obiettivi.  

Tra i principali fattori di aiuto per i dissidenti, secondo quanto riportato, vi sono le sempre più restrittive sanzioni imposte dagli Stati Uniti, le proteste anti-sistemiche di cui è stato teatro l’Iran e la diffusione del coronavirus, il quale ha colpito anche alti ufficiali del governo iraniano. 

Tali dichiarazioni sono state rilasciate da Zohreh Akhiani, il sindaco di Ashraf 3, un distretto popolato da circa 2.800 membri del Mujahideen-e-Khalq (MEK), organizzazione che, fino al 2012, è stata designata terrorista dal Dipartimento di Stato americano, mentre ancora oggi rimane bandita in Iran. 

L’organizzazione mira al rovesciamento del governo iraniano e, secondo quanto riportato da TOP Channel, i membri del MEK rifugiati in Albania si trovano in un apposito centro, dotato delle massime condizioni di sicurezza, a Manez, frazione del comune di Durazzo, e a Tirana. In aggiunta, ulteriori membri del gruppo risultano essere anche in altri Paesi europei. 

I membri del MEK, nello specifico, rivela Al Arabiya English, sono scappati dalla persecuzione dell’Iran e, tra il 2013 e il 2016, hanno trovato rifugio in Albania, come previsto da un programma delle Nazioni Unite. 

Secondo quanto riportato da Agence France Presse, i membri del MEK ritengono che il rovesciamento del governo di Teheran sia una battaglia difficile, ma ciò nonostante, nel distretto di Ashraf 3 dilaga l’ottimismo.  

Il compound in Albania dove si trovano i dissidenti ha un ingresso composto da un arco trionfale, con sopra inciso “La vittoria è nostra! Il futuro è nostro” e recinzioni metalliche. Il complesso, aggiunge il quotidiano, è stato costruito molto rapidamente, con fondi provenienti dalla diaspora e dai membri stessi del MEK. Nel loro distretto, i membri hanno edificato residenze, palestre, strutture sanitarie, negozi e anche un museo dedicato alle tecniche di tortura impiegate dal regime iraniano. L’unica presenza albanese, rivela Agence France Presse, è quella degli operatori ecologici, i quali si occupano della pulizia del suolo. 

Tuttavia, nel distretto non vi sono bambini, dal momento che “i combattenti della resistenza” devono dedicare le proprie energie alla lotta contro il regime. In aggiunta, gli uomini e le donne possono stare insieme nei luoghi di lavoro o nello svolgimento delle attività giornaliere, ma devono dormire in quartieri separati. A tale riguardo, Akhiani, il quale ha rivelato di avere una figlia in Svezia, ha dichiarato che la sospensione delle proprie vite private è stata necessaria per lavorare alla libertà del popolo iraniano.  

Le principali attività, secondo quanto dichiarato dal sindaco di Ashraf 3, consistono nel supportare la resistenza interna portata avanti dai dissidenti che si trovano in Iran. Ad esempio, in una sala dedicata alla stampa, circa 20 persone reperiscono notizie sul web e contattano i propri informatori sul campo per raccogliere informazioni sugli abusi perpetuati dal governo iraniano. Tale attività, volta alla denuncia del regime, è considerata di importanza vitale, a causa della censura esistente in Iran.  

A tale riguardo, una donna, la quale ha rinunciato alla propria vita in Svezia per lavorare per il compound, ha rivelato di aver ricevuto un messaggio vocale da un detenuto iraniano, il quale ha rivelato la diffusione del coronavirus nelle carceri. 

Nel distretto, i membri del MEK lasciano anche spazio all’arte. In merito a ciò, uno dei musicisti che lavorano presso il compound, Rouzbeh Emadzadeh, ha dichiarato di lavorare all’arte della resistenza e ciò, ha aggiunto il membro del MEK, è in contrapposizione con le accuse di terrorismo che il governo iraniano rivolge all’organizzazione. 

L’accoglienza dei membri del MEK da parte dell’Albania deriva, secondo quanto rivelato dal governo di Tirana, dalla storica tradizione albanese dell’ospitalità. Tale decisione, tuttavia, lascia temere possibili attacchi da parte di Teheran. 

Lo scorso 15 gennaio, Tirana aveva espulso due diplomatici iraniani, Mohammad Ali Arz Peimanemati e Seyed Ahmaad Hosseini Alast. Secondo le dichiarazioni del premier, Edi Rama, i due funzionari diplomatici erano stati espulsi dopo che i servizi segreti degli Stati Uniti avevano segnalato ai vertici albanesi che i due iraniani erano in realtà agenti sotto copertura che pianificavano attentati terroristici e spiavano, per conto del governo di Teheran, i cittadini iraniani che vivevano all’estero. 

Già in occasione della loro espulsione, i vertici albanesi avevano dichiarato che i due diplomatici dell’Iran rappresentavano una minaccia per la sicurezza dell’Albania, dato che erano in contatto con il generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso lo scorso 3 gennaio da un raid degli Stati Uniti. 

In aggiunta, lo scorso 8 gennaio, poche ore dopo l’attacco contro le due basi americane in Iraq, il Leader Supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, aveva dichiarato di essere stato informato del fatto che cittadini americani e iraniani si erano riuniti in un piccolo Paese europeo per organizzare le proteste di cui l’Iran era stato teatro dal 15 al 18 novembre scorso e che hanno portato, secondo Amnesty International, alla morte di almeno 304 persone. 

Sebbene l’Albania non sia stata esplicitamente nominata dall’Ayatollah, i vertici del Paese balcanico si erano sentiti chiamare in causa dal Leader Supremo dell’Iran, data la presenza nel territorio albanese dei membri del MEK. 

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Jasmine Ceremigna 

di Redazione

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