Il coronavirus continua a diffondersi in Iran, colpito anche un consigliere di Khamenei

Pubblicato il 13 marzo 2020 alle 10:36 in Iran Medio Oriente

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Uno dei consiglieri della guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha rivelato di essere risultato positivo al Covid-19. Nel frattempo, il virus continua a causare vittime in tutto il Paese.

Si tratta del consigliere Ali Akbar Velayati, il quale, secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, sulla base di diverse fonti media iraniane, è al momento posto in quarantena. Velayati, oltre ad essere un pediatra e un docente alla Shahid Beheshti University of Medical Sciences, ha ricoperto altresì la carica di ministro degli Esteri per 16 anni. Al momento, è consigliere “senior” del leader supremo, soprattutto in materia di affari internazionali, dopo essere stato tra i maggiori esponenti della politica estera iraniana fin dall’inizio della Repubblica Islamica. Non da ultimo, Velayati è a capo dell’ospedale Masih Daneshvari, che, nelle ultime settimane, ha accolto numerosi pazienti risultati positivi al coronavirus. È qui che il consigliere avrebbe contratto il virus, i cui sintomi sono comparsi nel pomeriggio dell’11 marzo. Attualmente le sue condizioni sono in fase di miglioramento.

Parallelamente, il coronavirus continua a dilagare nel Paese, considerato il focolaio dell’intera regione mediorientale. I primi casi nel Paese erano stati riportati il 19 febbraio nella città di Qom, ritenuta altresì meta di pellegrinaggio religioso. Da allora, il virus si è diffuso in altre province iraniane, tra cui la capitale Teheran e il governatorato settentrionale di Gilan. In particolare, le infezioni hanno riguardato perlopiù 22 governatorati iraniani, su un totale di 31. Stando agli ultimi dati disponibili al 13 marzo, i contagi ammontano a 10.075, il numero dei decessi è pari a 429, mentre le persone guarite sono 3.276.

Tale cifre sono state altresì confermate dal portavoce del Ministero della Salute iraniano, Kyanosh Jahanpur, il 12 marzo, il quale ha affermato che 1075 nuovi casi e la morte di 75 persone sono stati registrati nelle sole 24 ore precedenti. Tra i casi infetti, vi sono altresì esponenti della politica iraniana, deputati e circa 24 funzionari.

Di fronte a tale scenario, Khamenei, il 12 marzo, ha invitato le autorità coinvolte a prendere tutte le misure necessarie per far fronte all’emergenza sanitaria, istituendo altresì centri di cura aggiuntivi e ospedali da campo. Tuttavia, è lo stesso leader supremo ad aver segnalato la presenza di prove che collegherebbero il coronavirus ad un “attacco biologico”. A tal proposito, le forze armate iraniane sono state esortate ad adottare un tipo di “difesa biologica”, volta a contrastare la diffusione del virus.

Nella medesima giornata, il 12 marzo, il ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif, ha lanciato un appello pubblico per chiedere la diminuzione delle sanzioni e l’invio di forniture sanitarie. Parallelamente, secondo quanto rivelato dal direttore della Banca Centrale, Abdolnaser Hemmati, l’Iran ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale (FMI) un prestito di 5 miliardi di dollari per contrastare con efficacia la diffusione del virus.

In particolare, Zarif ha richiesto l’attuazione del Rapid Financing Instrument (RFI), un meccanismo di finanziamento del FMI. Tuttavia, stando ai dati dello stesso Fondo Monetario Internazionale, l’ultimo prestito concesso all’Iran risale al periodo 1960-1962. Il consiglio di amministrazione del FMI dovrebbe approvare i prestiti concessi dal comitato, ma, in realtà, quasi nessuna decisione può essere presa senza l’approvazione degli Stati Uniti, responsabili di una campagna di massima pressione contro Teheran.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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