Attacco USA in Iraq: almeno 5 iracheni morti, l’Iran minaccia

Pubblicato il 13 marzo 2020 alle 13:33 in Iran Iraq

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L’Iran ha messo in guardia il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dalle conseguenze derivabili dalle proprie “azioni pericolose”. Nel frattempo, le forze irachene annunciano la morte di almeno 5 uomini a seguito dell’attacco condotto tra il 12 ed il 13 marzo.  

In particolare, le dichiarazioni di Teheran sono giunte attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Abbas Mousavi, il quale ha affermato, il 13 marzo, alcune ore dopo l’attacco, che Trump dovrebbe riconsiderare la presenza ed il comportamento delle proprie truppe in Iraq, anziché concentrarsi su “azioni pericolose e accuse infondate”.

L’attacco a cui si fa riferimento ha avuto luogo all’1:30 della notte tra il 12 ed il 13 marzo. In particolare, gli Stati Uniti hanno condotto raid aerei in Iraq, contro milizie filoiraniane, tra cui le Brigate di Hezbollah, in segno di vendetta per l’attentato dell’11 marzo contro una base irachena che ospita forze della coalizione anti-ISIS e che ha causato la morte di due soldati statunitensi e uno britannico. Tra i luoghi colpiti, vi sono stati un aeroporto iracheno in fase di costruzione, situato nella città santa di Karbala, e cinque depositi di munizioni, in cui erano presenti armi impiegate per colpire le truppe statunitensi e della coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato Islamico.

Sebbene in un primo momento non vi siano state informazioni su eventuali vittime, nel corso della giornata del 13 marzo, l’esercito iracheno e le forze di sicurezza dei diversi luoghi colpiti hanno rivelato ulteriori dettagli sull’accaduto. Nello specifico, il comando iracheno delle operazioni congiunte ha confermato l’uccisione di 5 membri dell’esercito iracheno, specificando come l’attacco condotto nella notte abbia preso di mira le unità dell’esercito iracheno del commando della diciannovesima divisione, una base delle Forze di Mobilitazione Popolare ed il terzo reggimento delle forze di polizia di Babil, nell’omonima provincia. Secondo quanto dichiarato, un primo bilancio include 3 morti e 4 feriti, due in condizioni critiche, per le forze armate, 2 morti e 2 feriti a Babil, 5 feriti tra le Forze di Mobilitazione Popolare e l’uccisione di un dipendente civile che lavorava all’aeroporto di Karbala.

Nella dichiarazione è stato altresì specificato che le strutture e le armi presenti nei luoghi colpiti sono stati completamente distrutti e che il bilancio delle vittime riportato è preliminare. Le forze irachene hanno poi espresso la propria condanna per quanto accaduto, evidenziando come l’attacco rappresenti una violazione della partnership e dell’alleanza instaurati tra le forze di sicurezza irachene e coloro che hanno pianificato e condotto l’operazione, causando la perdita di vite umane e di soldati in servizio. Inoltre, è stato sottolineato come sia stata anche la sovranità irachena ad essere stata violata, andando contro l’integrità del Paese e dei suoi cittadini. Pertanto, il comando iracheno ha affermato che l’episodio, ed altri simili, potranno avere conseguenze pericolose per tutti se non verranno frenati e se non si rispetteranno la volontà e le politiche dello Stato iracheno.

L’attacco dell’11 marzo ha avuto luogo ad al-Taji, a 85 chilometri a Nord della capitale irachena Baghdad, dove almeno 10 missili Katyusha hanno colpito una base irachena che ospita soldati della coalizione internazionale anti-ISIS, a guida statunitense, situata ad, causando la morte di due uomini statunitensi e uno britannico, oltre al ferimento di altri 12 soldati. Già il 12 marzo, leader militari degli Stati Uniti avevano minacciato un attacco di ritorsione contro le milizie sciite irachene, ritenute responsabili di tale accaduto, e Trump aveva dato al Pentagono l’autorità a rispondere all’assalto.

Le tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno hanno, in realtà, avuto inizio già a fine 2019, e sono continuate fino all’8 gennaio, data in cui l’Iran ha attaccato due basi irachene, che ospitano truppe statunitensi, con una raffica di missili. Le due basi colpite si trovano una nel governatorato settentrionale di Erbil, e l’altra nella provincia di Anbar, nell’Iraq occidentale. In tale occasione, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) aveva affermato, tramite una dichiarazione su Telegram, che si era trattato dell’inizio di una “vendetta spietata”, volta a vendicare la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio, a seguito di un raid ordinato dal presidente degli USA, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Tale scenario ha più volte portato la popolazione irachena ad accusare sia gli Stati Uniti sia l’Iran di aver trasformato il proprio Paese in un campo di battaglia. In tale quadro, il Parlamento iracheno, il 5 gennaio, aveva approvato una risoluzione con cui si chiedeva al governo di espellere le truppe straniere presenti in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni, ma il 30 gennaio è stato lo stesso esercito iracheno a dichiarare la ripresa delle operazioni congiunte con la coalizione contro lo Stato Islamico, guidata dagli Stati Uniti.

Nel corso delle proteste che hanno avuto luogo dopo l’attacco dell’8 gennaio, i manifestanti iracheni si erano detti consapevoli dell’impatto delle tensioni tra Washington e Teheran, sia per il Paese sia per la popolazione stessa. Secondo un cittadino sceso in piazza, le autorità al potere in Iraq, governo e Parlamento in primis, stavano agendo contro gli interessi del Paese, a vantaggio di attori internazionali. L’Iraq, era stato evidenziato, si stava calando in un conflitto internazionale in cui non aveva nulla a che fare, e ciò dimostrava ulteriormente che il Paese era governato da autorità “brutali” che agivano contro la propria patria.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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