USA minacciano ritorsione contro le milizie sciite irachene

Pubblicato il 12 marzo 2020 alle 20:43 in Iraq USA e Canada

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I leader militari degli Stati Uniti hanno minacciato un attacco di ritorsione contro la milizia sciita irachena, appoggiata dall’Iran, che sostengono abbia lanciato i missili che hanno ucciso e ferito soldati statunitensi e della coalizione internazionale contro l’ISIS.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dato al Pentagono l’autorità di rispondere all’assalto, dopo che una raffica di 10 razzi ha ucciso 2 truppe statunitensi e un soldato britannico, aumentando nuovamente le tensioni con l’Iran. I leader militari hanno dichiarato di sapere chi ha effettuato l’assalto, avvenuto l’11 marzo. Si tratterebbe di una milizia sciita, supportata dall’Iran. “Ho parlato con il presidente. Mi ha dato l’autorità di fare ciò che dobbiamo fare, in linea con la sua guida”, ha affermato il segretario alla Difesa, Mark Esper, ai giornalisti, il 12 marzo, aggiungendo che lui e Trump hanno avuto una “buona conversazione”.

Alla domanda su cosa intendesse, Esper ha suggerito che la risposta americana non arriverà tramite telegrafo. Interrogato sulla possibilità che gli Stati Uniti stessero pensando di attaccare direttamente il suolo iraniano, il segretario alla Difesa ha risposto: “Non ho intenzione di togliere alcuna opzione dal tavolo, in questo momento, ma siamo concentrati sul gruppo e gruppi che crediamo abbia perpetrato l’assalto in Iraq”. “Faremo un passo alla volta, ma dobbiamo considerare responsabili gli autori”, ha poi aggiunto Esper. “Non puoi attaccare le nostre basi, uccidere e ferire gli americani e cavartela”, ha poi affermato. 

Tale notizia arriva lo stesso giorno in cui la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione volta a limitare i poteri di guerra del presidente, a causa proprio delle tensioni con l’Iran. L’approvazione della risoluzione era stata ritenuta necessaria a seguito della decisione della Casa Bianca di ordinare l’uccisione del generale iraniano, Qassem Soleimani, con un attacco contro l’aeroporto di Baghdad, il 3 gennaio. Il Senato aveva approvato la misura con 55 voti favorevoli e 45 contrari, il 13 febbraio. In tale occasione, 8 repubblicani avevano votato con i democratici. La decisione presa ora dalla Camera invia la misura a Trump, che ha minacciato di porre il veto. Un voto a maggioranza di due terzi sia alla Camera sia al Senato sarebbe necessario per superare il veto presidenziale. 

La misura richiede che Trump ottenga l’approvazione del Congresso prima di impegnarsi in ulteriori azioni militari contro l’Iran. “Il Congresso dovrebbe votare prima di ogni ulteriore ostilità con l’Iran”, ha dichiarato il rappresentante democratico, James McGovern, nel dibattito. “La costituzione conferisce al Congresso l’autorità e la responsabilità di dichiarare guerra”, ha dichiarato il leader della maggioranza della Camera, il democratico Steny Hoyer. La norma “non tiene conto della realtà attuale”, secondo quanto ha affermato la Casa Bianca, l’11 marzo. “È stata redatta molte settimane fa con l’intenzione di prevenire un’escalation tra gli Stati Uniti e l’Iran”, ha aggiunto. “Nonostante le previsioni di molte persone, tuttavia, tale escalation non si è verificata”, ha affermato la Casa Bianca. “Gli Stati Uniti non sono attualmente impegnati in alcun uso della forza contro l’Iran, in parte a causa delle solide politiche e delle azioni decisive ed efficaci di questa amministrazione”, ha poi sottolineato l’esecutivo.

Il clima particolarmente teso tra Washington e Teheran è stato segnato da alcune vicende susseguitesi a partire dal 2018. In primis, è necessario citare la decisione del presidente degli Stati Uniti, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche. Le tensioni sono poi cresciute a cavallo tra il 2019 ed il 2020 e la situazione è degenerata quando, nelle prime ore dell’8 gennaio, due basi situate nelle regioni irachene di Erbil e al-Anbar, che ospitavano soldati statunitensi, sono state colpite da una serie di missili. Questi erano stati lanciati da Teheran per rivendicare la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio scorso. L’attacco non ha causato vittime, ma, a detta del Pentagono, lesioni cerebrali per quasi 100 soldati statunitensi.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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