Libia: potrebbe essere algerino il nuovo inviato speciale dell’Onu

Pubblicato il 12 marzo 2020 alle 17:43 in Algeria Libia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Alcuni diplomatici hanno rivelato che tra i nomi avanzati per la posizione di inviato speciale  delle Nazioni Unite in Libia vi è quello dell’ex ministro degli Esteri algerino, Ramtane Lamamra.

La notizia è stata rivelata il 12 marzo dal quotidiano arabo Asharq al-Awsat, secondo cui è stato il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ad avanzare tale proposta, a seguito di consultazioni con funzionari di alto livello. Tuttavia, il nome, secondo quanto riferito, ha trovato ampio consenso tra i diplomatici del Consiglio di Sicurezza. Lamamra è un uomo di 67 anni, che ha assunto il mandato al Ministero degli Esteri algerino dal 2013 al 2017. Precedentemente, era stato membro della Commissione per la pace e la sicurezza presso l’Unione Africana, dal 2008 al 2013, trovandosi a svolgere il ruolo di mediatore in diversi conflitti del continente africano, tra cui quello in Liberia.

Attualmente, a capo della Missione di sostegno dell’Onu in Libia (UNISMIL) vi è Stephanie Williams, in via temporanea. Tuttavia, sin dal 2018, Williams ha già svolto la mansione di vice rappresentante speciale per le questioni politiche della suddetta missione, ed il suo compito, appena assegnatole, durerà fino a quando non verrà eletto il nuovo successore di Ghassan Salamé, dimessosi il 2 marzo scorso.

Salamé ha rappresentato il sesto inviato Onu della Missione UNISMIL, nonché il secondo di origine libanese, a non essere riuscito a portare la pace in Libia. Ghassan Salamé aveva ricevuto l’incarico il 16 giugno 2017, succedendo al tedesco Martin Kobler. Secondo quanto specificato dallo stesso Salamé, dopo circa tre anni dall’assunzione del mandato, le sue condizioni di salute non gli hanno consentito di continuare a far fronte al forte stress posto dalla missione stessa, viste le difficoltà riscontrate nel raggiungere la pace e la stabilità nel Paese Nordafricano, e nel dialogare con le diverse parti in conflitto. Tuttavia, l’inviato si è detto speranzoso ed ha evidenziato come nel corso degli ultimi due anni siano stati comunque raggiunti dei risultati. In particolare, si è riusciti a riunire le parti libiche, a salvaguardare l’unità del Paese e a frenare le ingerenze esterne. Non da ultimo, è stata organizzata la cosiddetta conferenza di Berlino, il 19 gennaio scorso, da cui sono emersi i tre percorsi da intraprendere per ripristinare pace e stabilità in Libia, ovvero militare, politico ed economico, attraverso la risoluzione 2510. Ciò, è stato affermato, è stato raggiunto nonostante l’opposizione mostrata da alcune parti.

Secondo quanto rivelato da Asharq al-Awsat, un altro possibile candidato a capo della Missione in Libia era il tunisino Khemaies Jhinaoui, ex ministro degli Esteri. Tuttavia, il presidente di Tunisi, Kais Saied, a detta delle fonti, ha preferito allontanare il proprio Paese dalla complessa questione libica.

L’annuncio di Salamé ha fatto seguito all’interruzione e al fallimento dei colloqui di tipo sia militare sia politico intrapresi a Ginevra. Gli ultimi avevano avuto inizio il 26 febbraio scorso, ma hanno riscontrato fin da subito l’opposizione di alcune parti coinvolte, tra cui l’Alto Consiglio di Stato. Non da ultimo, le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar, hanno continuato a condurre attacchi contro la capitale Tripoli, compromettendo il successo dei colloqui e delle negoziazioni.

In tale quadro, Algeri condivide con la Libia circa 1.000 km di confine, ma è emersa come un attore chiave a livello diplomatico soltanto nel mese di dicembre 2019, quando il Consiglio supremo di sicurezza ha stabilito che il Paese sarebbe tornato a svolgere un ruolo all’interno di alcuni dossier internazionali, in primis la crisi libica. In precedenza, durante la presidenza di Abdelaziz Bouteflika, terminata il 2 aprile 2019, il Paese si era allontanato dalle arene sia regionali sia internazionali.

Tuttavia, già a inizio gennaio 2020, il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, aveva espresso un forte desiderio di allontanarsi da qualsiasi soluzione militare in Libia, invitando tutti i Paesi e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad assumersi le proprie responsabilità, facendo rispettare un cessate il fuoco immediato e ponendo fine all’escalation militare a Tripoli. Per i leader algerini, la Libia rappresenta un’opportunità per guadagnare legittimità internazionale dopo la caduta di Bouteflika e del vecchio regime. Tebboune, dal canto suo, sta provando ad utilizzare il conflitto per rafforzare la sua posizione e il suo ruolo istituzionale.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.