Giordania: un progetto di legge solleva preoccupazioni sull’ingerenza israeliana

Pubblicato il 12 marzo 2020 alle 12:58 in Giordania Israele

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Il Parlamento giordano ha discusso su di un progetto di legge che, secondo alcuni parlamentari, potrebbe favorire l’acquisto di terre giordane da parte di Israele.

Il progetto in oggetto ha il nome di Petra Development and Tourism Region Authority (PDTRA) e, secondo quanto affermato dal ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, il 10 marzo, l’obiettivo cardine di tale legge e dei relativi emendamenti è stimolare gli investimenti nel Paese e, in particolare, a Petra. Inoltre, Safadi ha evidenziato che il Regno hashemita giordano non ha mai venduto e mai venderà le proprie terre o istituzioni, e non è disposto a cedere la propria identità.

Nello specifico, il PDTRA consente alle persone giuridiche, a seconda dello status stabilito dalla propria registrazione nel Regno, di possedere beni immobili a Petra, al di fuori dei confini della riserva archeologica, o in altri siti archeologici della regione, attraverso la presentazione di un piano che dovrà essere approvato dal Gabinetto e dal Ministero degli Interni. Tuttavia, secondo quanto stabilito dal disegno di legge, i non giordani dovranno collaborare con un cittadino giordano per possedere terreni o beni immobili, e il cittadino giordano dovrà possedere almeno il 51% del bene in oggetto. La legge consente altresì di stabilire industrie leggere, ma i termini e le condizioni per le attività di tali industrie saranno elaborati in una norma apposita.

Da un lato, per il ministro degli Esteri, si tratta di una legge che preserva l’identità giordana, ma stimolando, al contempo, gli investimenti, in quanto mezzo vitale di sviluppo. Dall’altro lato, per alcuni deputati, si tratta di un progetto di legge che potrebbe alimentare le mire espansionistiche di Israele, consentendo agli israeliani di possedere terre a Petra.

Il Regno hashemita è connesso alla questione palestinese e, anche nell’ultimo periodo, ha espresso il proprio rifiuto verso eventuali legame con Israele. Il trattato di pace di Wadi Araba del 1994 aveva posto inizialmente le basi per la pace dopo decenni di guerra tra Giordania e Israele. Tuttavia, non è stato mai completamente accettato dal popolo giordano, che continua a considerare Israele un nemico. La popolazione del regno hashemita è costituita da circa il 70% di palestinesi, discendenti di coloro giunti nel Paese durante la dominazione hashemita della Cisgiordania, dal 1948 al 1967, e dei profughi dei numerosi conflitti israelo-palestinesi avvenuti dal secondo dopoguerra a oggi. Inoltre, Amman sostiene la costituzione di uno Stato palestinese e, anche per tale ragione, sin dalla firma dell’accordo, le relazioni con i propri vicini israeliani sono state tese.

La Giordania, tuttavia, resta l’unico paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, quello del 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi dopo due conflitti. Il primo risale al 1948 e portò allo stanziamento di Israele nelle aree occidentali della Palestina, mentre la Giordania prese il controllo delle zone orientali palestinesi. Il secondo conflitto è del 1967 e risultò nella sconfitta della Giordania, con il conseguente ritiro da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania, pur continuando a mantenere la sovranità in questi territori.

Uno dei recenti motivi di mobilitazione da parte della popolazione giordana contro Israele è il cosiddetto Piano di Pace in Medio Oriente, svelato, il 28 gennaio, dal presidente statunitense, Donald Trump. Questo, se portato a termine, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Inoltre, è previsto lo stanziamento di 50 miliardi di dollari in investimenti internazionali, volti a costruire una nuova entità para-statale palestinese, con una propria capitale, Al-Quds, che includerebbe alcune delle aree esterne di Gerusalemme Est.

Sin dal 31 gennaio, la Giordania ha espresso la propria opposizione e migliaia di manifestanti si sono riversati nelle piazze di Amman e di altre città del Paese, per mostrare la propria solidarietà al popolo palestinese e per esortare i Paesi arabi a salvaguardare il diritto del Regno hashemita a custodire i luoghi santi all’interno di Gerusalemme, tra cui il sito della moschea di al-Aqsa, il terzo luogo sacro dell’Islam. In tale occasione, il monarca giordano, Abdullah II, aveva ribadito la “ferma posizione” della Giordania a sostegno della popolazione palestinese, oltre che a favore della creazione di uno Stato indipendente, basato sui confini pre-1967, con Gerusalemme Est come capitale.

Al contempo, il Regno hashemita necessita di progetti che possano risollevare l’economia del Paese, e Petra, sito archeologico spesso definito una delle otto meraviglie del mondo antico, potrebbe rappresentare una risorsa. Secondo gli ultimi dati ufficiali, l’economia giordana sta assistendo, da anni, al calo del tasso di crescita, rimasto al di sotto del 2%. A questo si accompagna l’aumento del tasso di disoccupazione, pari a circa il 19,5%, e un indice di povertà del 15,7%, che equivale a 1.069 milioni di cittadini. Il quadro economico del Regno vede un bilancio statale per il 2020 pari a 13.83 miliardi di dollari, con un deficit stimato a circa 1.76 miliardi di dollari.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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