Mali: militanti accettano colloqui con il governo solo a certe condizioni

Pubblicato il 10 marzo 2020 alle 16:39 in Africa Mali

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I militanti africani affiliati ad Al Qaeda hanno dichiarato che parteciperanno ai colloqui di pace con il governo del Mali solo se le forze francesi e quelle delle Nazioni Unite lasceranno il Paese. Le autorità di Bamako stanno proponendo da settimane di avviare trattative con i gruppi ribelli per tentare di porre fine a un’insurrezione che si è propagata in tutta la regione del Sahel. Ma il governo ha più volte ribadito che non intende allontanare le forze francesi e Parigi stessa ha promesso di rafforzare la sua presenza militare su tutta larea.

Gli attacchi dei gruppi legati ad al Qaeda e allo Stato islamico in Mali, Burkina Faso e Niger hanno ucciso centinaia di civili lo scorso anno e provocato rappresaglie ancora più mortali soprattutto a carattere etnico.

“Non si può parlare di negoziati, prima della partenza di tutte le forze francesi e dei loro seguaci dal Mali”, ha detto in una nota pubblicata sui social media Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), laffiliato di Al Qaeda nel Sahel. JNIM ha anche invitato la missione di peacekeeping dellONU, MINUSMA, ad andarsene dicendo di assecondare richieste dei manifestanti maliani, molti dei quali non vedono di buon occhio la presenza delle truppe straniere.

Il 29 gennaio, il Mali ha deciso di aumentare del 50% la grandezza del suo esercito, reclutando nei prossimi mesi 10.000 nuovi soldati.  “Faremo in modo che le forze armate e di sicurezza siano molto più presenti in quantità, e spero anche in qualità, nelle aree dove ancora non lo sono”, aveva detto il primo ministro Boubou Cisse. Nel frattempo, anche la Francia ha deciso di rafforzare il suo contingente nella regione, inviando altri 600 uomini in aggiunta ai 4.500 già presenti sul territorio. Al fine di intensificare il contributo di Parigi nella lotta al terrorismo del Sahel, il 20 gennaio il ministro della Difesa francese, Florence Parly, ha reso noto l’avvio di nuove operazioni militari nella zona di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger, dove la Francia e i suoi alleati operano contro la diffusione dei gruppi estremisti locali. Nella regione è presente anche un contingente, di 45.000 persone, facenti parte della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (MINUSMA).

Oltre allo Stato Islamico, in Mali sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il suddetto Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine (AAD), e il Macina Liberation Front. Questi operano perlopiù nelle zone aride del Mali centrale e settentrionale, utilizzandole come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger e oltre.

In tale quadro, il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo in questa regione e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale. Nell’area opera anche il G5 Sahel, una task force internazionale antiterrorismo creata nel febbraio 2017 con lo scopo di sconfiggere i gruppi armati attivi nell’Africa Nordoccidentale e contrastare lo sviluppo dell’estremismo violento. Il 13 gennaio, il presidente francese Emmanuel Macron ha ospitato i partner africani del G5 Sahel per la cosiddetta conferenza di Pau. In tale occasione, i leader di Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania si sono detti concordi nel rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel e hanno stabilito di creare un’unica struttura di comando militare sotto la quale condurre nuove operazioni antiterrorismo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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