La Corea del Sud è ottimista contro il coronavirus

Pubblicato il 10 marzo 2020 alle 18:05 in Asia Corea del Sud

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Il principale funzionario della sanità pubblica della Corea del Sud ha affermato che il Paese dovrebbe aver superato il picco di diffusione del nuovo focolaio di coronavirus. 

“Speriamo di aver superato la parte peggiore, prendendo in considerazione i numeri, ci aspettiamo con cautela di aver superato il picco”, ha dichiarato il ministro sudcoreano della Sanità, Park Neunghoo, in un’intervista esclusiva alla CNN. Più di 7.300 infezioni da coronavirus sono state confermate in tutta la Corea del Sud, che hanno ucciso più di 50 persone. È uno dei maggiori focolai al di fuori della Cina continentale, dove il virus mortale è stato identificato per la prima volta. Tuttavia, il numero di nuovi infetti registrati negli ultimi giorni è cominciato a diminuire. Park ha affermato che, sebbene crede che il numero complessivo di infezioni sia elevato, è fiducioso nel lavoro svolto dal Paese per combattere la diffusione del virus e consiglierebbe altri governi, che stanno affrontando focolai simili, di concentrare gli sforzi sui test precoci e sulla cooperazione globale.

Il governo sudcoreano è stato tra i più veloci nel fornire al pubblico opzioni di test gratuite e facilmente reperibili. Il Paese ha avuto la capacità di eseguire circa 15.000 test diagnostici al giorno, per un totale di 196.000 test fino ad oggi a livello nazionale, gratuitamente. La maggior parte dei casi sudcoreani è partita da Daegu, la quarta città più grande del Paese, dove il virus si è diffuso con grande rapidità. La città è la sede di un ramo della chiesa di Gesù Shincheonji, un movimento basato sul culto del fondatore, Lee Man-hee. Alcuni membri di tale comunità avevano visitato la città cinese di Wuhan, epicentro della diffusione del virus, a partire dalla fine di dicembre del 2019. Il sindaco di Seoul, Park Won-Soon, ha dichiarato che se Lee e gli altri capi della chiesa avessero collaborato con le autorità e avessero attuato le misure preventive richieste, i contagi e le morti in Corea si sarebbero potute contenere. 

Un membro della Chiesa di Gesù Shincheonji, noto come Paziente 31, ha contribuito in maniera sostanziale al diffondersi dell’epidemia, secondo le autorità di Seul. Da parte sua, Lee Man-hee, ha provato a scusarsi e ha dichiarato di aver fatto il possibile per prevenire la diffusione del coronavirus tra i membri della sua comunità. “Abbiamo fatto del nostro meglio ma non siamo stati in grado di fermare la diffusione del virus”, ha dichiarato Lee, in una conferenza stampa fuori da una chiesa di Gapyeong, a Nord-Est di Seoul. “Sono davvero grato, ma allo stesso tempo chiedo perdono. Non avrei mai pensato che ciò potesse accadere, neanche nei miei sogni “, ha aggiunto, inchinandosi due volte, un gesto che nella cultura sudcoreana significa umiltà e rimpianto.

Tale istituzione è stata al centro di numerose critiche anche prima dello scoppio del virus. Alcuni ex membri della chiesa hanno raccontato che molti giovani credenti sono stati costretti a lasciare le proprie case per vivere in dormitori della chiesa, come parte dell’iniziazione, e sono stati quindi portati a tagliare qualsiasi tipo di legame con i propri familiari. Molte persone dichiarano di non vedere i propri figli da anni, a causa della conversione e dell’ingresso di questi ultimi nella chiesa di Gesù Shincheonji. “Shincheonji distrugge le famiglie e separa i bambini dai loro genitori”, ha dichiarato Lee Yeon-woo, il padre di una seguace. “Non riesco a dormire la notte pensando che mia figlia possa essere stata infettata e soffre in solitudine”, ha aggiunto.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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