Coronavirus: panico in Tagikistan, dove non ci sono casi

Pubblicato il 9 marzo 2020 alle 6:06 in Asia Tajikistan

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Sebbene in Tagikistan non vi siano a tutt’oggi casi confermati di COVID-19, a partire dal 4 marzo un senso di panico ha iniziato a diffondersi nella repubblica centroasiatica, che ha portato alla chiusura delle moschee e a una corsa agli approvvigionamenti nei negozi di alimentari.

Molti articoli di base come farina, olio e zucchero sono scarsamente disponibili o totalmente esauriti nei bazar e nei negozi della capitale, Dushanbe, mentre la gente si rifornisce in previsione di lunghe quarantene. Le merci rimaste sono aumentate di prezzo vertinosamente. Laddove un sacco di farina da 50 kg costava circa 220 somoni (circa 20 euro), ora viene venduto per 380 somoni (35€)

Un residente della città meridionale di Kulob ha riferito al network Eurasianet.org che la polizia antisommossa era di guardia al bazar locale e impediva agli acquirenti di acquistare più di due sacchi di farina alla volta.

Il ministero della Sanità di Dushanbe ha fatto appello alla calma e ha cercato di reprimere ciò che ha definito “voci diffuse da persone interessate a seminare il panico”. La lunga tradizione, sovietica e post-sovietica, di offuscamento della verità, tuttavia, comporta che le rassicurazioni dei funzionari siano accolte con scetticismo generalizzato dalla popolazione.

Una notizia, finora rivelatasi infondata ma che  gira a Dushanbe da giorni, riguarda un presunto caso dei positività al coronavirus registrato nella città settentrionale di Khujand. A Khujand, nel frattempo, si dice che ci sia un caso a Dushanbe. Il risultato è una corsa ai generi di prima necessità e la chiusura di diversi locali, anche in assenza di casi di COVID-19.

Le ultime disposizioni del Ministero della Salute prevedono che tutte le persone che viaggiano in Tagikistan da Cina, Giappone, Corea del Sud, Iran, Afghanistan e Italia siano poste in quarantena per un periodo di 14 giorni. Ci sono attualmente 320 persone in quarantena. Il 29 febbraio, l’Agenzia per l’aviazione civile ha annunciato che si stava negando l’ingresso nel paese ai cittadini di 35 paesi, ma ha poi annullato tale decisione il 3 marzo.

Paradossalmente, il panico per COVID-19 ha iniziato a intensificarsi solo quando le autorità hanno iniziato ad adottare misure per ridurre il potenziale rischio di trasmissione.

Il 4 marzo, le porte delle moschee in tutto il paese sono state chiuse. Il Consiglio degli Ulema del Centro islamico ha concluso al termine delle discussioni per adottare una fatwa che raccomanda alle persone di astenersi dal pregare nelle moschee. Fanno eccezione i soli funerali. Il Consiglio degli Ulemia è stato anche incaricato di trasmettere il parere delle autorità sanitarie esortando i cittadini a rispettare gli standard di igiene e a consultare un medico se sviluppano alta temperatura e altri sintomi compatibili con il nuovo coronavirus.

L’apertura di un’enorme moschea, la più grande dell’Asia centrale, prevista per il 12 marzo è stata tuttavia confermata. Un rappresentante del comitato per gli affari religiosi del governo ha riferito che solo un numero selezionato di persone parteciperà a quella cerimonia. Fino a quando la crisi del coronavirus non passerà, la moschea rimarrà comunque inutilizzata, ha spiegato il funzionario. In un’altra misura preventiva, quest’anno i festeggiamenti per la festa di Nowruz, il tradizionale capodanno persiano, non saranno pubblici.

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Italo Cosentino, interprete di russo

di Redazione

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