Vuoto di potere in Iraq: fazioni filo-iraniane minacciano di “bruciare” il Paese se non verranno ascoltate

Pubblicato il 8 marzo 2020 alle 6:18 in Iran Iraq

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Decidere chi prenderà l’incarico di primo ministro in Iraq si sta dimostrando una questione difficile da risolvere.

Mohammed Tawfiq Allawi, che era stato designato premier con il sostegno delle forze filoiraniane e incaricato di formare un nuovo esecutivo, ha ritirato la sua candidatura il 2 marzo, dopo non essere riuscito a formare un governo che ottenesse la fiducia del Parlamento entro il termine di 30 giorni previsto dalla Costituzione. Ora quelle forze si stanno guardando indietro e stanno considerando l’idea di richiamare in ballo l’ex primo ministro, Adel Abdul Mahdi, che potrebbe rappresentare la loro unica speranza per mantenere una certa influenza in Iraq. Tuttavia, Mahdi, dopo essersi dimesso, il 30 novembre 2019, è tornato a ribadire qualche giorno fa che non ha intenzione, per il momento, di rifarsi avanti.

Il fallimento di Allawi è stato il frutto di un ampio fronte di opposizione formatosi intorno alla sua figura e a quella dei suoi sostenitori in Parlamento. L’uomo ha potuto contare solo sul sostegno della Fatah Alliance, l’ala politica delle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU), affiliate all’Iran, e, inizialmente, su quello della Sairoon Alliance, di Muqtada al-Sadr. Il resto dei gruppi politici iracheni, compresi i parlamentari curdi, la maggioranza dei sunniti e il resto dei partiti sciiti, erano tutti schierati contro Allawi. L’opposizione ad Allawi ha sollevato notevoli preoccupazioni tra le fazioni filoiraniane delle PMU, portandole a minacciare di “bruciare” il Paese se i partiti dovessero nominare un primo ministro filoamericano. “Alcuni stanno cercando di nominare come candidati al ruolo di primo ministro persone accusate di essere coinvolte nell’uccisione del generale Qasem Soleimani e del comandante delle PMU, Abu Mahdi al-Muhandis. Questa è una dichiarazione di guerra contro il popolo iracheno che brucerà ciò che resta dell’Iraq”, ha twittato il 2 marzo, Abu Ali al-Askari, portavoce della milizia sciita di Hezbollah. A molti, questa è sembrata una vera e propria minaccia che rischia di innescare una guerra civile in Iraq, se le PMU non dovessero essere d’accordo con la scelta primo ministro.

Abdul Mahdi, che intrattiene forti legami con l’Iran, era stato originariamente scelto come primo ministro nell’ottobre 2018. L’uomo era stato considerato un candidato di compromesso e aveva lottato per formare l’esecutivo. A novembre, tuttavia, sotto la pressione di alcuni leader religiosi sciiti e in seguito a violente proteste di massa contro la corruzione e il malfunzionamento di governo e servizi, Mahdi aveva deciso di dimettersi.

Al-Askari, in seguito al ritiro di Allawi, ha affermato che “l’opzione migliore potrebbe essere quella di richiamare l’ex primo ministro”. L’unico ostacolo contro di lui, tuttavia, è l’opinione delle autorità religiose che hanno spinto per le sue dimissioni. “Questo aspetto potrebbe essere cambiato adesso”, ha specificato il portavoce di Hezbollah. Bisogna vedere cosa deciderà di fare Mahdi. Nonostante la sua volontà originaria sia stata quella di non tornare alla guida dell’esecutivo, l’ex premier vuole impedire che il presidente Barham Salih assuma anche le funzioni di capo del governo, come consentito dalla Costituzione irachena. Nel frattempo, Salih ha incontrato il 3 marzo alcuni leader politici per cercare il consenso su un nuovo candidato.

Qualche giorno fa, come specificato dal quotidiano Al-Monitor, l’ex primo ministro Nouri al-Maliki, a capo del governo iracheno dal 2006 al 2014, ha tenuto una riunione in presenza di tutti i leader politici sciiti, tra cui Ammar al-Hakim, Hadi al-Amiri e il capo delle PMU Faleh Fayadh. Questi hanno concordato di nominare un candidato accettato anche dai curdi e dai sunniti per evitare di creare una maggiore divisione politica nel Paese. Una fonte affiliata alla Fatah Alliance ha dichiarato ad Al-Monitor che il tweet di Askari sarebbe stata la reazione di una minoranza delle PMU. La fazione di Hezbollah cui appartiene Askari è sotto il controllo diretto delle Quds Force, un’unità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).

Il 2 marzo, l’ex primo ministro iracheno Ayad Allawi, al potere dal 2004 al 2005 e cugino di Mohammed Tawfiq Allawi, ha accusato Ali Akbar Velayati, consigliere senior dell’Ayatollah Ali Khamenei, leader dell’Iran, di interferire negli affari interni iracheni. Ayad ha detto che Velayati avrebbe imposto le sue opinioni sul cugino durante le consultazioni per la formazione dell’esecutivo e, con questo atteggiamento, avrebbe portato la maggioranza dei partiti politici iracheni a rifiutare le sue scelte.

La crisi politica irachena si sta svolgendo mentre si consuma una netta divisione tra le varie fazioni delle Unità di Mobilitazione Popolare. Le PMU hanno nominato Abu Fadak al-Mohammadawi, ex capo militare della milizia di Hezbollah, come capo di stato maggiore al posto di Muhandis. Tuttavia, questa decisione è stata immediatamente respinta da quattro fazioni delle PMU, note come “unità del santuario” e allineate al potente religioso sciita iracheno Ali al-Sistani, che si oppongono all’influenza dell’Iran.

Le proteste in Iraq hanno avuto inizio il primo ottobre. Dopo una pausa di circa due settimane, queste sono riprese il 25 ottobre, e, al momento, non si sono ancora placate. I manifestanti hanno fin da subito richiesto le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile.

Elezioni anticipate si dovrebbero tenere per il 4 dicembre prossimo. A tal proposito, Mahdi ha invitato le autorità irachene a rivedere la legge elettorale e ad apportare le opportune modifiche, anche relativamente alla suddivisione dei distretti, oltre ad istituire una commissione elettorale e a modificare la costituzione irachena.

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Chiara Gentili

di Redazione

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