Myanmar: nuovi scontri mortali e migliaia di sfollati

Pubblicato il 5 marzo 2020 alle 18:30 in Asia Myanmar

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Nuovi combattimenti tra le forze armate del Myanmar e il gruppo armato dell’esercito di Arakan hanno causato la morte di 11 persone, mentre continua la repressione da parte del governo centrale. 

Secondo quanto riferito dal quotidiano Al-Jazeera English, almeno 11 civili, tra cui 5 persone di etnia Rohingya, sono stati uccisi dopo essere stati catturati durante gli scontri avvenuti a Rakhine, uno Stato occidentale del Myanmar che ospita più di 3 milioni di persone. In una dichiarazione, 4 esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno anche affermato che “rapporti credibili” mostrano che oltre 1.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie case nei 10 giorni dall’8 al 18 febbraio. Attivisti e giornalisti hanno, inoltre, denunciato un blocco di internet che il governo ha imposto come parte della repressione. 

L’Esercito di Arakan, che recluta i propri membri per lo più dalla maggioranza buddista del Paese, sta combattendo a Rakhine per rivendicare una maggiore autonomia delle regioni occidentali rispetto governo centrale. Gli Arakanesi, che rappresentano il gruppo etnico di maggioranza nello stato di Rakhine, costituiscono circa il 5% della popolazione totale. I ribelli, la maggior parte dei quali hanno aderito al gruppo armato dell’Esercito di Arakan, perseguono l’obiettivo prioritario dell’autodeterminazione del proprio popolo. Nel novembre 2019, sono stati contati circa 20.000 seguaci dell’Esercito, diventato uno dei maggiori gruppi armati di ribelli etnici del Myanmar.  

Delle diverse centinaia di migliaia di Rohingya che ancora si trovano a Rakhine, molti vivono in condizioni simili all’apartheid, privati della possibilità di viaggiare liberamente o accedere a servizi di assistenza sanitaria e di istruzione, oltre ad essere coinvolti nei perduranti combattimenti tra le forze armate ed i cosiddetti “ribelli”. Di recente, la regione è stata caratterizzata da un’ulteriore situazione di caos, scaturita dai combattimenti tra l’esercito centrale e l’esercito di Arakan. Tali tensioni stanno causando decine di migliaia di sfollati e decine di morti.

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tuttavia, il 23 gennaio, il tribunale supremo delle Nazioni Unite ha ordinato al Paese di proteggere la minoranza e di porre fine agli abusi perpetrati. In particolare, a seguito dell’unanimità mostrata da una giuria di 17 giudici, il tribunale ha confermato le disposizioni della Convenzione sul genocidio del 1948, affermando che il Myanmar “aveva causato danni irreparabili contro i diritti dei Rohingya”. Ciò si è verificato grazie all’intervento del Gambia che, il 10 dicembre 2019, ha portato il caso di fronte alla Corte, chiedendo alla comunità internazionale di agire per fermare il genocidio.

L’escalation di violenza contro l’etnia è divenuta sempre più acuta a partire dal mese di agosto 2017. In quel periodo, a seguito a degli attacchi condotti contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti Rohingya, lo Stato ha risposto impiegando violenza e causando l’esodo di circa 730.000 membri della minoranza musulmana verso il Bangladesh. Per le Nazioni Unite, il giro di vite verificatosi è da considerarsi un genocidio. Alla voce dell’Onu si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Dal canto loro, le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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