Egitto: Zaky trasferito dal carcere di Mansoura a quello del Cairo

Pubblicato il 5 marzo 2020 alle 18:30 in Africa Egitto

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Patrick George Zaky è stato trasferito nel carcere di Tora, al Cairo, giovedì 5 marzo. Il ragazzo egiziano, che è ricercatore presso l’Università di Bologna, si trovava precedentemente nella prigione di Mansoura, sua città natale. Tuttavia, secondo quanto riferito da uno dei suoi avvocati, Walid Hassan, la decisione del trasferimento è stata presa dopo le successive lamentele dei suoi legali, i quali hanno sottolineato che ormai la famiglia di Zaky vive nella capitale. Mansoura, che si trova a 140 chilometri a Nord del Cairo, dista circa 2 ore e mezza di auto da quest’ultima. Gli spostamenti di amici e parenti, che facevano visita a Zaky nel carcere di Mansoura, stavano dunque diventando ingestibili.

Nel frattempo, sabato 7 marzo dovrebbe tenersi l’udienza per il rinnovo della custodia cautelare, che alcuni attivisti per la difesa dei diritti umani temono possa essere prolungata periodicamente senza limiti e in maniera automatica. Al momento, inoltre, non è chiaro se l’udienza si terrà come previsto sabato o slitterà di qualche giorno.

Intanto, continua la mobilitazione, guidata dall’Università di Bologna, dalla ONG Amnesty International e da altre organizzazioni non governative. Gli avvocati di Iniziativa Egiziana per i diritti personali (EIPR), la ONG con cui collabora il ricercatore, hanno presentato due denunce alla Procura generale chiedendo di indagare sulle presunte falsificazioni dei verbali e sulle torture perpetrate ai danni del ragazzo egiziano. La prima denuncia, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ansa, è rivolta contro la Sezione indagini del Commissariato di Mansura per “falsificazione del verbale di arresto dell’8 febbraio 2020″. La seconda riguarda il fatto che “Patrick sia stato percosso e sottoposto a scariche elettriche prima che fosse presentato alla Procura”. Tali accuse vengono smentite dalla magistratura egiziana.

Il ragazzo, iscritto a un master sugli Studi di genere presso l’Università di Bologna, si trovava in Egitto a inizio febbraio per fare visita alla sua famiglia. Il mandato di cattura nei suoi confronti è in vigore dal 2019, ma Patrick non ne era mai stato messo al corrente. I capi d’accusa contro di lui vanno dalla diffusione di notizie false, all’incitamento alla violenza; dal tentativo di rovesciare il regime, all’uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale; dalla propaganda per i gruppi terroristici, all’uso della violenza.

Secondo quanto dichiarato da Amnesty International, che ha prontamente inviato una lettera all’ambasciatore egiziano a Roma subito dopo l’arresto di Patrick, il rischio che il ragazzo possa subire o aver subito torture fisiche è decisamente elevato. “La sensazione è che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaky e la storia dell’Egitto sotto Al Sisi”, ha scritto la ONG sul suo sito italiano. “Come in altri casi, il pericolo è che i reati imputati a Zaky si riferiscano in realtà a legittime attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica: alibi per legittimare una procedura del tutto illegale”, aggiunge. Intervistato dall’agenzia di stampa ANSA, il portavoce di Amnesty in Italia, Riccardo Noury aveva dichiarato, il 10 febbraio: “Ci aspettiamo un susseguirsi di ordini di detenzione di 15 giorni, rinnovabili più volte, e naturalmente in questa situazione di detenzione prolungata, con la scusa di condurre indagini, il rischio è che le condizioni detentive siano equiparabili a tortura, se non la tortura stessa”. La ONG EIPR, di cui il ricercatore fa parte, ha riferito che il ragazzo sarebbe già stato picchiato e torturato con l’elettrochoc dalle forze di sicurezza egiziane. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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