IOM rimpatria 125 migranti dallo Yemen all’Etiopia

Pubblicato il 3 marzo 2020 alle 17:27 in Etiopia Yemen

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Almeno 125 migranti etiopi hanno lasciato la citta meridionale di Aden, in Yemen, per fare ritorno nel loro Paese. Il rimpatrio volontario è stato favorito e finanziato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), che ha messo a disposizione un volo della Yemen’s Airways. Questa, tuttavia, non è la prima volta che l’IOM organizza l’evacuazione dei rifugiati dallo Yemen. Dal 2015, anno dello scoppio del conflitto, sono state effettuate diverse operazioni di rimpatrio di migranti somali ed etiopi.

La regione del Corno d’Africa, penisola a Nord-Est del continente africano formata da Somalia, Gibuti, Eritrea ed Etiopia, è direttamente interessata dagli avvenimenti del Golfo. Un primo episodio che ha avuto ripercussioni immediate in quella parte del continente è stata la crisi del Golfo, con il successivo embargo sul Qatar. Nonostante il Gibuti e l’Eritrea abbiano sempre intrattenuto rapporti amichevoli con l’Arabia Saudita, in questa occasione, hanno assunto posizioni opposte. Mentre Gibuti City si è schierata con il blocco saudita, diminuendo i rapporti con il Qatar, Asmara ha rigettato le accuse mosse contro Doha, dichiarando che le proprie relazioni con il Qatar sarebbero rimaste “intatte”. La Somalia, sull’esempio dell’Etiopia, ha esortato i Paesi arabi a dialogare. La crisi del Golfo ha avuto inizio il 5 giugno 2017, quando l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Egitto hanno annunciato la fine dei rapporti con il Qatar, accusandolo di supportare il terrorismo.

Un secondo focolaio di tensioni è ovviamente rappresentato dalla guerra in Yemen, i cui effetti sul Corno d’Africa riguardano soprattutto i flussi di migranti, in entrambe le direzioni. La perdurante guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

È del 5 novembre 2019 un accordo considerato un segnale positivo verso una possibile risoluzione del conflitto, il cosiddetto accordo di Riad. L’obiettivo principale è stato porre fine alla lotta al potere nel Sud del Paese e ai combattimenti che hanno interessato le aree meridionali dal 7 agosto scorso, quando violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden, capitale provvisoria e sede governativa, per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Da un lato, vi erano le guardie presidenziali. Dall’altro, le forze secessioniste, rappresentate dal Consiglio di transizione meridionale. Fin dalla sua ratifica, l’accordo è stato considerato una mossa positiva per riportare la felicità e la pace di cui un tempo godeva lo Yemen.

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Chiara Gentili

di Redazione

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