Emergenza migranti alle porte dell’Europa: alta la tensione tra Grecia e Turchia

Pubblicato il 3 marzo 2020 alle 16:16 in Grecia Immigrazione Turchia

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Sono circa 130.000 i migranti che, ad oggi, si ritrovano ammassati al confine tra la Grecia e la Turchia per cercare di fare ingresso nell’Unione Europea. È quanto ha scritto su Twitter, martedì 3 marzo, il ministro dell’Interno turco, Suleyman Soylu, parlando di cifre 10 volte superiori a quelle fornite dalle autorità di Atene e dalle ONG internazionali. La Bulgaria, che condivide il confine con i due Paesi, ha dichiarato che lungo le sue frontiere la situazione resta sotto controllo e truppe aggiuntive sono state inviate nell’area per garantire la sicurezza. La Grecia, dal canto suo, afferma di aver respinto, fino ad oggi, oltre 4.000 migranti che, dalla Turchia, cercavano di varcare il confine.

Questa la situazione alle porte dell’Europa, con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha deciso di aprire le frontiere e di non bloccare più i migranti, soprattutto siriani, intenzionati a oltrepassare il confine con l’Unione. L’annuncio con il quale è stato reso noto che Ankara non avrebbe più gestito le persone in fuga dal conflitto siriano è giunto il 29 febbraio, in seguito all’uccisione, nella provincia di Idlib, di 34 soldati turchi, vittime di un attacco aereo condotto dalle forze governative del regime di Bashar al-Assad. Da allora, la Turchia ha cambiato atteggiamento anche nei confronti dell’Europa e ha deciso di non attenersi più all’accordo stipulato nel 2016 con Bruxelles. “È tutto finito, ora le frontiere sono aperte. È il momento che vi prendete la vostra parte di responsabilità”, aveva detto Erdogan, lunedì 2 marzo.

L’accordo prevedeva che l’Unione pagasse un totale di circa 6 miliardi di euro ad Ankara per aiutarla a gestire l’incombente flusso di migranti dalla Siria e, allo stesso tempo, tenere le persone fuori dai confini dell’UE. Finora, erano stati erogati poco più di 3 miliardi di euro, ma, dopo i fatti degli ultimi giorni a Idlib, le condizioni del patto sono state ormai violate. Il destino dell’intesa euro-turca sembra dunque essere segnato nonostante Bruxelles abbia cercato in questi giorni di convincere Erdogan a ripensare alla sua strategia offrendogli un miliardo di euro in più. “Chi stanno cercando di prendere in giro?”, aveva sentenziato Erdogan commentando l’offerta europea. In seguito all’accordo del 2016, sono stati circa 4 milioni i rifugiati, in fuga dal conflitto siriano, accolti dalla Turchia.

Nel frattempo, Frontex ha deciso di avviare un’operazione lampo alle frontiere marittime della Grecia, nell’Egeo, per cercare di gestire l’emergenza in quelle aree. Qui, la Guardia Costiera greca sta cercando di respingere con la forza i migranti in arrivo dalla Turchia. L’agenzia dell’UE, a stretto contatto con le autorità di Atene, ha aumentato la capacità di sorveglianza e sta ridistribuendo funzionari da altre operazioni per fornire assistenza immediata. Nel giro di 5-10 giorni, altre guardie di frontiera, fornite dai Paesi dell’UE, potrebbero essere impiegate nell’Egeo, insieme alle apposite attrezzature.

Secondo quanto rende noto Ansamed, entro la fine della settimana è in vista un vertice UE-Turchia per discutere della recente crisi di rifugiati e della situazione in Siria. I leader europei, riferisce la fonte, hanno concordato di tenere una riunione congiunta con Erdogan nella capitale della Bulgaria, Sofia, per cercare di superare l’emergenza in atto. È prevista la partecipazione all’incontro del primo ministro croato, Andrei Plenkovic, che detiene attualmente la presidenza dell’UE, e della cancelliera tedesca, Angela Merkel. A margine del vertice, le parti sperano di riuscire a favorire un incontro diretto tra Erdogan e il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis.

Il perdurante conflitto civile in Siria ha avuto inizio il 15 marzo 2011, e sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia. Qui, le forze di Ankara controllano dodici postazioni di osservazione, a seguito dell’accordo di Sochi del 17 settembre 2018, con cui è stata istituita la cosiddetta zona di “de-escalation”. Tuttavia, il governo di Assad si è detto pronto a riportare tutto il territorio siriano sotto il suo controllo, compresa Idlib, l’ultima enclave dei ribelli, nonostante la presenza di forze straniere. Erdogan, dal canto suo, aveva invitato le forze del regime a ritirarsi dalle postazioni turche entro la fine del mese di febbraio.

In tale quadro, sia la Turchia sia la Russia hanno non solo espresso preoccupazione di fronte all’escalation in corso a Idlib, ma si sono dette anche riluttanti ad intraprendere un conflitto diretto in Siria, nonostante il loro sostegno alle due parti opposte. In particolare, nella mattina del 2 marzo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha affermato che il proprio Paese non ha intenzione di entrare in guerra con nessuno degli attori coinvolti nel panorama siriano, e le sue dichiarazioni fanno seguito a quelle del ministro della Difesa turco, Khulusi Akar, dello stesso tipo. Gli scontri, tuttavia, non si arrestano e la Turchia sta continuando a inviare veicoli e munizioni militari verso Idlib.

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Chiara Gentili

di Redazione

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