Cina e coronavirus: 14 giorni di quarantena per chi proviene dall’Italia

Pubblicato il 3 marzo 2020 alle 12:40 in Cina Italia

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Un funzionario della città di Pechino ha annunciato che tutti gli arrivi da Corea del Sud, Italia, Iran e Giappone saranno soggetti a una quarantena di 14 giorni. Intanto, la Cina registra il numero più basso di nuovi infetti. 

Almeno 13 persone in Cina sono state infettate dal coronavirus dopo essere tornate da Iran e Italia, due Paesi che stanno affrontando i peggiori focolai al di fuori dell’Asia. Una donna cinese di 31 anni aveva lavorato in un ristorante nella città italiana di Bergamo prima di tornare a casa nella contea di Qingtian, nella provincia Sud-orientale dello Zhejiang, dove era risultata positiva per il virus. Altre 7 cittadini cinesi che avevano lavorato nello stesso ristorante a Bergamo sono state sottoposte a tamponi e sono risultate infette, dopo essere tornate in patria. Nei giorni scorsi, i funzionari della contea di Qingtian hanno esortato i residenti all’estero a riconsiderare i loro spostamenti, se si trovavano in zone a rischio di altri Paesi. Le autorità cinesi hanno sottolineato i problemi che queste persone potrebbero creare agli sforzi attuati fin’ora per controllare l’epidemia.

Il 3 marzo, la Cina ha riportato il suo numero più basso di nuovi casi di coronavirus nell’ultimo mese, 125 nuove infezioni e 31 decessi nelle precedenti 24 ore. Si tratta delle cifre più basse dal 20 gennaio, quando il leader cinese, Xi Jinping, ha emesso i suoi primi decreti pubblici riguardo l’epidemia. Gli sforzi del Paese per controllare la diffusione hanno incluso la limitazione dei movimenti per 700 milioni di persone. Nella provincia di Hubei, dove è scoppiata l’epidemia e dove è stata identificata la stragrande maggioranza dei casi, 2.410 pazienti sono stati dimessi da ospedali e cliniche di emergenza. Gli esperti, tuttavia, hanno avvertito che la vera svolta contro l’epidemia deve ancora arrivare e il test principale sarà il ritorno a lavoro di milioni di cittadini cinesi. 

Tuttavia, le zone di contagio al di fuori della Cina hanno mostrato preoccupanti segni di crescita. In Corea del Sud, sede del secondo più grande focolaio, il numero è aumentato a oltre 4.800 infetti, quasi il doppio di venerdì 28 febbraio. Il tasso di aumento è stato ancora più veloce in Europa, dove i funzionari hanno avvertito i residenti di prepararsi ad una crescita esponenziale del fenomeno. La situazione in Iran, il più grande focolaio in Medio Oriente, è poco chiara. Il governo ha confermato 1.501 casi, ma gli esperti di sanità pubblica hanno dichiarato il numero ufficiale non è affidabile. Il bilancio delle vittime in tutto il mondo ha superato le 3.000 persone e il numero di infetti è oltre 90.000 in circa 70 Paesi. I timori riguardano anche l’economia. Al momento i mercati finanziari non sono crollati, poichè gli investitori scommettono sul fatto che i leader mondiali e le banche centrali abbiano in serbo azioni coordinate per impedire al coronavirus di far precipitare il mondo interno in una forte recessione.

Secondo quanto riporta il New York Times, l’epidemia di coronavirus era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino, il 31 dicembre 2019. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, ha quindi messo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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