Sudan: licenziati centinaia di diplomatici per presunti legami con l’ex presidente

Pubblicato il 2 marzo 2020 alle 15:30 in Africa Sudan

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Il governo del Sudan ha deciso di licenziare almeno un centinaio di diplomatici legati all’amministrazione dell’ex presidente Omar al-Bashir. È quanto ha riferito, domenica primo marzo, la Commissione sudanese per la rimozione dei poteri, un organo creato in seguito all’approvazione di una legge, a novembre, volta a smantellare il sistema costruito da al-Bashir, al potere per circa 30 anni. “Centonove ambasciatori, diplomatici e funzionari sono stati licenziati dal Ministero degli Affari Esteri”, ha detto Mohamed al-Faki, vicecapo della Commissione, durante una conferenza stampa nella capitale, Khartoum. Alcuni di questi funzionari del Ministero erano stati nominati dallo stesso al-Bashir, altri, invece, erano stati scelti dal Partito del Congresso Nazionale, ormai disciolto.

A inizio febbraio, la Commissione aveva stabilito lo scioglimento dei consigli di amministrazione della Banca centrale e di altre 11 banche statali. In più, anche i dirigenti di 8 di queste banche erano stati licenziati. Infine, l’organo aveva decretato la confisca di tutti i beni posseduti dall’ex partito al potere, già nel mese di gennaio.

L’11 febbraio era stato annunciato da un membro del Consiglio di transizione al potere, Mohammed Hassan Eltaish, che l’ex presidente al-Bashir sarebbe stato portato davanti alla Corte penale Internazionale dell’Aia per affrontare le accuse riguardanti i crimini di guerra commessi durante il conflitto nel Darfur. Le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani si sono dette molto soddisfatte della decisione ricordando che, da anni, la popolazione chiede la condanna di al-Bashir per i crimini contro l’umanità e i reati di genocidio commessi durante la guerra, iniziata nel 2003. L’ex presidente è ricercato dalla Corte dal 2009. Nel conflitto del Darfur sono state uccise circa 300.000 persone, mentre 2.7 milioni di abitanti sono stati costretti ad abbandonare le loro case e a trasferirsi altrove.

Al-Bashir è stato estromesso dal potere l’11 aprile scorso, dopo mesi di proteste contro il suo governo. In seguito a tale evento, è stato arrestato e, al suo posto, è stato istituito un governo di transizione civile e militare. Se al-Bashir debba o meno essere inviato all’Aia per essere processato è una delle maggiori questioni di dibattito all’interno del Consiglio al potere. Qui siedono ancora diversi generali che erano stati nominati dall’ex presidente, molti dei quali coinvolti nelle repressioni in Darfur e quindi potenzialmente a rischio di essere convocati anche loro all’Aia.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

Il 14 dicembre, l’ex presidente del Sudan, al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione  per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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