Paura al confine tra Grecia e Turchia: affonda barcone di migranti, morto 1 bambino

Pubblicato il 2 marzo 2020 alle 17:45 in Grecia Immigrazione

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Un bambino è morto mentre un altro è stato portato con urgenza al pronto soccorso dopo che un barcone è affondato al largo dell’isola greca di Lesbo. A bordo dell’imbarcazione c’erano circa 50 persone, 46 delle quali sono considerate salve e fuori pericolo. Secondo quanto riferito dalla Guardia costiera greca, il barcone sarebbe stato volontariamente capovolto dai migranti una volta vista arrivare la nave di Atene in lontananza. “Il resoconto dell’incidente fornito dalla Guardia costiera greca riferisce che il gommone di migranti sarebbe stato accompagnato da una nave della Guardia costiera turca vicino al confine marittimo con l’isola di Lesbo, per poi essere abbandonata una volta accertato l’ingresso nelle acque greche”, ha dichiarato il corrispondente di Al Jazeera sul posto, John Psaropoulos.

In una nota rilasciata domenica primo marzo, il portavoce del governo greco, Stelios Petsas, ha affermato che la Turchia sta incoraggiando le persone ad attraversare il confine greco. “Invece di combattere il traffico di esseri umani, la Turchia è diventata proprio un trafficante”, ha aggiunto Petsas.

Sono decine di migliaia i migranti e i rifugiati che stanno cercando di entrare in Europa attraverso il confine turco-greco, ma solo una minoranza di loro riesce ad oltrepassare le difese e le barricate imposte dalle autorità di Atene per evitare i passaggi. Circa 1000 persone sono approdate sulle isole greche dell’Egeo da domenica mattina. Questo il risultato della decisione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, di aprire le frontiere e di non bloccare più i migranti, soprattutto siriani, intenzionati a valicare il confine con l’Europa. L’annuncio con il quale è stato reso noto che Ankara non avrebbe più gestito le persone in fuga dal conflitto siriano è giunto il 29 febbraio in seguito all’uccisione, nella provincia di Idlib, di 34 soldati turchi, vittime di un attacco aereo condotto dalle forze governative del regime di Bashar al-Assad. 

La situazione, già tesa, all’interno dei centri per migranti delle isole greche dell’Egeo, potrebbe diventare ingestibile. Il primo ministro di Atene, Kyriakos Mitsotakis, ha annunciato, dopo aver consultato il Consiglio di Sicurezza Nazionale, che congelerà temporaneamente, per un tempo di circa 3 mesi, tutte le domande di asilo. La Grecia, al momento, sta gestendo circa 125.000 richieste. In più, Atene sta invocando l’articolo 78 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea per convincere l’Unione a fornire alla Grecia l’assistenza necessaria ad “affrontare una situazione di emergenza caratterizzata dall’improvviso e imponente arrivo di cittadini di Paesi terzi”.

L’Unione Europea e la Turchia avevano raggiunto un accordo, il 18 marzo 2016, in base al quale il blocco avrebbe pagato un totale di circa 6 miliardi di euro per aiutare Ankara a gestire l’incombente flusso di migranti dalla Siria e per trattenerli fuori dai confini dell’UE. Finora, sono stati erogati 3,2 miliardi, ma, dopo i fatti degli ultimi giorni a Idlib, il presidente Erdogan ha detto di non sentirsi più vincolato dall’accordo e ha annunciato, lunedì 2 marzo, che “centinaia di migliaia di persone hanno già attraversato il confine e presto diventeranno milioni”.

Il perdurante conflitto civile in Siria ha avuto inizio il 15 marzo 2011, e sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia. Qui, le forze di Ankara controllano dodici postazioni di osservazione, a seguito dell’accordo di Sochi del 17 settembre 2018, con cui è stata istituita la cosiddetta zona di “de-escalation”. Tuttavia, il governo di Assad si è detto pronto a riportare tutto il territorio siriano sotto il suo controllo, compresa Idlib, l’ultima enclave dei ribelli, nonostante la presenza di forze straniere. Erdogan, dal canto suo, aveva invitato le forze del regime a ritirarsi dalle postazioni turche entro la fine del mese di febbraio.

In tale quadro, sia la Turchia sia la Russia hanno non solo espresso preoccupazione di fronte all’escalation in corso a Idlib, ma si sono dette anche riluttanti ad intraprendere un conflitto diretto in Siria, nonostante il loro sostegno alle due parti opposte. In particolare, nella mattina del 2 marzo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha affermato che il proprio Paese non ha intenzione di entrare in guerra con nessuno degli attori coinvolti nel panorama siriano, e le sue dichiarazioni fanno seguito a quelle del ministro della Difesa turco, Khulusi Akar, dello stesso tipo. Gli scontri, tuttavia, non si arrestano e la Turchia sta continuando a inviare veicoli e munizioni militari verso Idlib.

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Chiara Gentili

di Redazione

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