Iraq: ancora nessun governo, si torna al punto di partenza

Pubblicato il 2 marzo 2020 alle 9:54 in Iraq Medio Oriente

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Il premier designato per la formazione di un nuovo governo per Baghdad, Mohammed Tawfiq Alawi, ha annunciato le proprie dimissioni. Il presidente iracheno, Barhim Salih, ha, pertanto, avviato nuove consultazioni.

L’annuncio è giunto il primo marzo, data in cui Alawi si è scusato per non essere riuscito a portare a termine il compito assegnatogli, dopo aver fallito nel tenere una riunione parlamentare straordinaria volta a votare la fiducia al nuovo esecutivo. Il premier designato ha affermato che continuare a svolgere la missione senza l’appoggio del popolo avrebbe alimentato ulteriormente le sofferenze della popolazione irachena, e che vi sono blocchi politici che continuano ad ostacolare un governo “indipendente” così come le riforme di cui necessita il Paese. Questi, a detta di Alawi, hanno altresì esercitato pressioni per spingerlo ad adottare determinati programmi.

Pertanto, l’Iraq si ritrova ancora senza un esecutivo, ed è attualmente costretto a ritornare al punto di partenza. Alawi era stato nominato il primo febbraio scorso, ma da allora ha dovuto far fronte a numerosi ostacoli e al rifiuto da parte sia della popolazione irachena sia dei blocchi politici iracheni. Ora, il presidente Salih, dovrà avviare consultazioni per trovare un sostituto entro 15 giorni.

I partiti curdi e sunniti hanno più volte espresso il proprio timore di non essere adeguatamente rappresentati nel nuovo esecutivo. A questi si sono accompagnate ulteriori divisioni in seno al Parlamento, rimandando più volte la seduta per il voto di fiducia, visto il mancato raggiungimento del quorum necessario. La richiesta fondamentale del popolo iracheno è, invece, un governo indipendente, ovvero lontano dalle forze politiche protagoniste dello scenario politico degli ultimi anni, ed elezioni anticipate, considerate la soluzione migliore per far fronte alle problematiche del Paese. Alawi, dal canto suo, ha più volte affermato di aver formato un governo indipendente, composto da candidati “esperti e imparziali”.

Il nuovo esecutivo, a detta del premier designato, avrebbe dato vita ad una nuova pagina della storia dell’Iraq e avrebbe reso il Paese ancora più forte e libero, oltre a conferirgli prestigio e a ridare ai cittadini i loro diritti. Nonostante ciò, il premier, avendo assunto la carica di ministro delle Comunicazioni per due volte, è stato spesso considerato vicino a quella classe politica al potere fortemente contestata, e non in grado di rispondere alle richieste ed esigenze della popolazione irachena. Dal canto suo, l’ex primo ministro, Adel Abdul Mahdi, ha smentito le dichiarazioni circa un suo nuovo ingresso in campo, affermando che, allo scadere del termine costituzionale, ovvero il 2 marzo, non assumerà un nuovo mandato alla presidenza del Consiglio di Baghdad.

In Iraq la poltrona di primo ministro è vuota sin dal 30 novembre 2019, quando Mahdi si è dimesso, spinto dalla forte ondata di manifestazioni che caratterizza tuttora le piazze irachene, soprattutto della capitale Baghdad e dei governatorati meridionali. Le proteste hanno avuto inizio il primo ottobre. Dopo una pausa di circa due settimane, queste sono riprese il 25 ottobre, e, al momento, non si sono ancora placate. I manifestanti hanno fin da subito richiesto le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile.

Anche nella notte tra il 29 febbraio ed il primo marzo, e nel corso della giornata, le proteste sono continuate, causando la morte di un manifestante ed il ferimento di circa 24 cittadini, scesi nella piazza centrale di Baghdad, piazza Tahrir. Le vittime sono state causate, ancora una volta, dagli scontri tra i gruppi di manifestanti e le forze dell’ordine, che hanno impiegato proiettili e gas lacrimogeni per disperdere la folla. Parallelamente, missili Katyusha sono stati lanciati contro la Green Zone della capitale, un’area fortificata sede di ambasciate ed istituzioni. A riferirlo, un corrispondente di al-Jazeera, secondo cui l’episodio si è verificato poco dopo la mezzanotte tra il 29 febbraio ed il primo marzo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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