Egitto: esecuzione di massa per 8 cittadini accusati di terrorismo

Pubblicato il 25 febbraio 2020 alle 9:31 in Africa Egitto

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Le autorità egiziane hanno giustiziato 8 persone nella prigione di Borg el-Arab, ad Alessandria, secondo una dichiarazione di Amnesty International. L’esecuzione è avvenuta nelle prime ore di martedì 25 febbraio e gli uomini condannati a morte facevano parte di un blocco di 17 imputati che, nell’ottobre 2018, era stato accusato da un tribunale militare di aver organizzato attentati contro tre chiese e un checkpoint della polizia. Negli attacchi suicidi, rivendicati dallo Stato Islamico e condotti tra il 2016 e il 2017, erano rimaste uccise 88 persone.

“Gli attacchi alle chiese cristiane copte e a un checkpoint della polizia, nel 2017, sono stati spaventosi e gli autori dovrebbero essere ritenuti responsabili dei loro crimini. Ma un’esecuzione di massa non è un modo per garantire giustizia”, ha affermato Phil Luther, direttore della ricerca regionale di Amnesty International. “Questi uomini sono stati giustiziati a seguito di un ingiusto processo militare e con l’accusa di essere stati sottoposti a sparizioni forzate e torture. Tutti hanno diritto a un processo equo, indipendentemente dalle accuse che stanno affrontando”, ha aggiunto.

Dal 2013, le esecuzioni sono aumentate vertiginosamente in Egitto, con le autorità che spesso hanno condannato a morte gli imputati in seguito a sentenze talvolta ritenute ingiuste e macchiate da accuse di tortura. L’Egitto, tuttavia, ha sempre negato le accuse rivolte al suo sistema giudiziario. “Gli imputati accusati di essere coinvolti in questi orribili crimini devono essere processati in un tribunale civile, in procedimenti conformi al diritto internazionale e nel rispetto dei diritti umani e degli standard equi dei procedimenti giudiziari”, ha sostenuto Luther.

La minoranza dei cristiani copti rappresenta il 10% dei 90 milioni di cittadini egiziani e, da anni, è oggetto degli attentati e di persecuzioni, poiché gli estremisti li accusano di aver supportato il rovesciamento militare del precedente presidente islamista, Mohammed Morsi, nel 2013. In particolare, lo Stato islamico ha rivendicato la maggior parte degli ultimi attentati contro chiese copte, tra cui quelli di Alessandria e Tanta del 9 aprile 2017, in cui morirono complessivamente 44 persone e ne furono ferite altre 126. L’ISIS ha rivendicato anche l’attacco dell’11 dicembre 2016 contro la Cattedrale copta di San Marco al Cairo, in cui sono morte 28 persone. In seguito agli incidenti di Alessandria e Tanta, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi proclamò lo stato di emergenza, per la durata di tre mesi, che è stato poi esteso, rimanendo in vigore ancora oggi.

Da quando il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, è salito al potere, l’8 giugno 2014, il suo governo ha mostrato maggiore severità, vietando le proteste non autorizzate e imprigionando migliaia di persone per reprimere massicciamente ogni forma di dissenso. Dalla cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio 2013, le autorità egiziane hanno poi iniziato a lanciare una dura repressione contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terroristica nel dicembre 2013, e contro tutti gli oppositori politici.

Tuttavia, una delle aree di maggiore attenzione e preoccupazione è la regione del Sinai del Nord, zona di congiunzione tra i continenti africano ed asiatico. Tra le organizzazioni terroristiche più attive vi è Wilayat Sinai, che trova la sua origine in un ulteriore gruppo, Ansar Bayat al-Maqdis, fautore del raggruppamento di diversi militanti attivi nella regione del Sinai. Nel 2014, Wilayat Sinai ha giurato fedeltà all’ISIS, assumendo il nome attuale. Si stima che il numero dei combattenti oscilli tra i 1.000 ed i 1.500, operanti perlopiù in tale regione, ma responsabili di alcuni attacchi anche in altre aree egiziane. Il 2 novembre 2019, inoltre, tale organizzazione ha giurato fedeltà al nuovo leader dello Stato Islamico, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Quraishi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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