Australia indaga su crimini di guerra dei suoi soldati in Afghanistan

Pubblicato il 25 febbraio 2020 alle 16:47 in Afghanistan Australia

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L’Australia sta indagando su oltre 50 presunti crimini di guerra commessi dalle proprie forze speciali in Afghanistan, a partire dal 2016. Tra le accuse figurano la tortura e l’uccisione di civili e prigionieri. 

Il rapporto annuale dell’ispettore generale della Difesa australiana ha rivelato che esistono indagini su 55 episodi separati che coinvolgono soldati australiani che prestavano servizio in Afghanistan. Tra le accuse più gravi ci sono gli omicidi illegali di “persone che non erano combattenti o che non lo erano più”, nonché il “trattamento crudele” di individui sotto la loro custodia. Secondo il rapporto, l’indagine sta prendendo in considerazione “fattori culturali, psicologici, operativi e organizzativi” che hanno permesso l’attuazione dei presunti abusi. Tali ricerche sono state avviate nel 2016, in risposta ad accuse di “illeciti molto gravi” portati avanti per oltre un decennio dai membri delle forze speciali australiane nel Paese in cui operavano.

I commandos australiani d’élite sono stati schierati in Afghanistan, insieme alle forze statunitensi ed altri alleati, a seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001. L’inchiesta in corso, che è guidata dal giudice Paul Brereton, ha previsto la convocazione di 338 testimoni. Secondo quanto riferisce Al-Jazeera English, l’indagine si sta ora “avvicinando alle fasi finali dell’assunzione delle prove”. In tale contesto, il ministro della Difesa australiano, Linda Reynolds, ha dichiarato che era in attesa di un rapporto sul caso entro pochi mesi e che avrebbe poi “deciso le ulteriori opportune azioni da intraprendere”. Tali rivelazioni rendono ancora più complessa la situazione relativa alla presenza di truppe straniere sul suolo afghano, che è costante da oltre 18 anni. 

L’Afghanistan è, da decenni, caratterizzato da profonda instabilità e, oggi, il Paese si trova a dover affrontare due principali minacce. La prima vede come protagonisti i talebani, mentre la seconda riguarda la presenza dell’ISIS. Questi ultimi si sono installati nel Paese a seguito della fuga da altre regioni mediorientali e contribuiscono alla destabilizzazione di un precario equilibrio politico istituzionale. I talebani, invece, si sono affermati come gruppo dominante dopo il crollo dell’Unione Sovietica, a seguito di una guerra civile tra diversi gruppi militanti locali. Nel 1996, hanno governato gran parte dell’Afghanistan. Dopo essere stati decimati dalle truppe statunitensi, a seguito dell’invasione del 2001 e dell’intervento della NATO nell’agosto 2003, i talebani sono tornati a essere attivi e a compiere numerose offensive per tentare di riprendere il controllo del governo.    

Il 17 febbraio i talebani hanno annunciato che entro fine mese avrebbero firmato un accordo di pace con gli Stati Uniti, che avrebbe previsto il ritiro delle truppe straniere dal Paese. A dare la notizia è stato un leader talebano di alto livello, Maulvi Abdul Salam Hanafi, che è anche un membro della delegazione impegnata nell’ultimo round di negoziati a Doha, in Qatar, iniziato il 20 gennaio scorso. Hanafi ha specificato che la firma del futuro accordo sarebbe avvenuta alla presenza delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, dell’Unione Europea e di rappresentanti dei Paesi confinanti con l’Afghanistan. La notizia era stata confermata dagli Stati Uniti, che avevano però chiesto ai militanti islamisti di rispettare una settimana di cessazione delle violenze, dal 22 al 29 febbraio, prima di sottoscrivere l’intesa. Tuttavia, il 24 febbraio, notizie di violenze in diverse aree del Paese sono state confermate e non è chiaro se la firma dell’accordo rimane possibile o non verrà portata a termine. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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