Coronavirus: Pakistan e Turchia chiudono il confine con l’Iran

Pubblicato il 24 febbraio 2020 alle 7:30 in Iran Medio Oriente

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Il Pakistan e la Turchia hanno annunciato la chiusura dei confini con il vicino Iran dopo che Teheran ha registrato l’ottavo decesso per coronavirus. 

“Abbiamo chiuso il nostro confine con l’Iran a causa delle notizie sul coronavirus nel Paese”, ha dichiarato il 23 febbraio Ayesha Zehri, un alto funzionario del governo pakistano. La misura è stata subito attuata nella provincia pakistana Sud-occidentale del Balochistan, che confina con l’Iran. Anche la Turchia ha annunciato che “temporaneamente” chiuderà il suo confine terrestre con l’Iran. “Abbiamo deciso di chiudere le frontiere terrestri per il momento, dopo un aumento del numero di casi nel vicino Iran”, ha dichiarato ai giornalisti il ministro della Sanità di Ankara, Fahrettin Koca. Anche il traffico aereo è stato bloccato dalla Turchia all’Iran, a partire dalle 20 del 23 febbraio. 

Anche l’Afghanistan ha sospeso i viaggi aerei e terrestri verso l’Iran, dove vivono milioni di rifugiati afghani. “Per prevenire la diffusione del coronavirus e proteggere le persone, l’Afghanistan sospende tutti i movimenti di passeggeri (aerei e terrestri) da e verso l’Iran”, ha comunicato l’ufficio del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Afghanistan su Twitter. Inoltre, anche la Giordania ha affermato che impedirà ai cittadini di Cina, Iran e Corea del Sud di entrare nel Regno, per tentare di impedire la diffusione dell’epidemia. Il ministro giordano per le Comunicazioni, Amjad Adayleh, ha comunicato la notizia sottolineando che era necessaria per salvaguardare la sicurezza nazionale. Infine, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha dichiarato che il suo Paese “sospenderà le comunicazioni” con l’Iran per 2 settimane. In un post su Facebook, Pashinyan ha confermato che l’Armenia avrebbe chiuso il confine con l’Iran e fermato il trasporto aereo.

Nel frattempo, il presidente cinese, Xi Jinping, ha descritto l’epidemia di coronavirus, noto anche come COVID-19, come la “più grande emergenza sanitaria pubblica” dalla fondazione della Cina comunista. Il bilancio delle vittime nel Paese asiatico ha raggiunto le 2.442 persone con 76.936 contagiati, il 23 febbraio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato di essere preoccupata per un aumento dei casi, senza chiari legami con la Cina, dove il virus è stato scoperto per la prima volta, nella città di Wuhan, nella provincia di Hubei, alla fine di dicembre 2019. L’OMS ha chiesto finanziamenti urgenti per sostenere i Paesi con sistemi sanitari più deboli. 

Secondo quanto riporta il New York Times, l’epidemia di coronavirus era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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