Siria e Libia: due fronti che logorano le relazioni tra Russia e Turchia

Pubblicato il 23 febbraio 2020 alle 6:18 in Russia Turchia

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I 9 anni di guerra civile in Siria hanno attirato un flusso costante di attori esterni, tra cui gli Stati Uniti, la Russia e la Turchia. Se gli USA hanno recentemente ridimensionato la loro presenza, gli altri due rimangono ancora impegnati sul territorio per cercare di imporre i propri interessi e allo stesso tempo definire un accordo che stabilisca le rispettive aree di influenza. Per la prima volta, il 3 febbraio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha ordinato attacchi militari diretti contro l’esercito siriano nelle regioni nordorientali, vicino al confine con la Turchia, in risposta all’uccisione di 8 dei suoi soldati nella provincia di Idlib. Quest’area rimane la più devastata dalla guerra e, nonostante le parti dichiarino di voler evitare un’ulteriore catastrofe umanitaria, i bombardamenti del regime e gli interventi armati degli altri Paesi non si arrestano. Altri 2 soldati turchi sono stati uccisi a Idlib, il 20 febbraio, dagli attacchi aerei del governo siriano, ma, secondo il Ministero della Difesa di Ankara, le forze armate turche avrebbero risposto a loro volta al fuoco ed eliminato 50 militari siriani.

Il 17 e il 18 febbraio, durante i colloqui russo-turchi sulla Siria, le due parti avevano dichiarato di voler discutere delle misure da attuare per garantire il pieno rispetto degli accordi conclusi più di un anno fa a Sochi e per prevenire le violazioni del cessate il fuoco. Tuttavia, già poco dopo la fine dell’incontro, la Turchia aveva ribadito di essere pronta ad agire con una soluzione militare per affrontare la situazione. 

L’accordo di Sochi del 17 settembre 2018 aveva istituito ad Idlib una cosiddetta zona di “de-escalation”. Qui, le forze di Ankara controllano 12 postazioni di osservazione, tuttavia, il governo Assad si è detto pronto a riportare tutto il territorio siriano sotto il suo controllo, compresa Idlib, l’ultima enclave dei ribelli, nonostante la presenza di forze straniere. Nel frattempo, il 13 febbraio, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha affermato che Ankara è pronta ad agire contro chiunque violi il cessate il fuoco nella regione di Idlib, gruppi terroristici compresi, con riferimento all’affiliato di al-Qaeda, Hayat Tahrir al-Sham, contro cui verrà impiegata la propria forza nel caso in cui il gruppo terroristico cominci a minacciarla. La dichiarazione fa seguito alla critica proveniente da Mosca, del 12 febbraio, con cui la Turchia è stata accusata di non aver rispettato gli accordi precedentemente presi. Per il Ministero della Difesa russo, inoltre, la vera ragione della crisi nella zona di de-escalation di Idlib è da far risalire al mancato adempimento, nonché fallimento, da parte di Ankara di separare i militanti moderati dell’opposizione dai terroristi. Non da ultimo, la presenza di truppe turche a Idlib ha ulteriormente esacerbato la situazione, così come il trasporto di armi e munizioni attraverso il confine siro-turco.

La Turchia è sostenitrice dei ribelli protagonisti del conflitto civile siriano, il cui obiettivo principale è la caduta del regime di Assad. Ankara ha ripetutamente chiesto al presidente siriano di dimettersi e si è poi unita all’Iran e alla Russia, nel tentativo di trovare una soluzione politica al conflitto. Il perdurante conflitto civile in Siria ha avuto inizio il 15 marzo 2011, e sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia.

Idlib è soltanto l’ultima di una serie di dispute da anni ingaggiate da Russia e Turchia. Le relazioni tra i due Paesi hanno già più volte rischiato di toccare il fondo, come quando, il 24 novembre 2015, un jet da combattimento S-24 russo è stato abbattuto mentre, a detta di Ankara, sorvolava sullo spazio aereo turco, al confine con la Siria, oppure il 19 dicembre 2016, con l’uccisione dell’ambasciatore russo Andrei Karlov ad Ankara. Il riavvicinamento tra i due Paesi è sempre stato problematico, ma, nonostante le tensioni, Ankara e Mosca condividono un interesse comune: la diminuzione dell’influenza americana in Medio Oriente. L’allontanamento della Turchia dalla NATO è sempre stato visto con favore dal governo russo, che non ha perso l’occasione di inserirsi nella questione con la vendita ad Ankara del suo sistema missilistico S-400, considerato incompatibile con gli strumenti dell’Alleanza. La Turchia ha ricevuto la sua prima spedizione di S-400 nel luglio 2019, spingendo così Washington ad eliminare Ankara dal programma di addestramento per i jet caccia F-35 e a fermare il suo ordine di 100 aeromobili militari di nuova generazione. 

Non da ultimo, però, gli eventi in Libia mettono ancora una volta a dura prova i rapporti turco-russi. Erdogan sostiene il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, Fayez al-Sarraj, e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, riceve il sostegno della Russia, oltre a quello di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Francia. Le truppe inviate da Erdogan in Libia sono per la maggior parte arabi siriani, gli stessi utilizzati per invadere la Siria settentrionale curda. Nonostante i potenziali rischi di una tale politica, Erdogan continua a sostenere: “Non esiteremo a insegnare una meritata lezione al generale Haftar se continua ad attaccare l’amministrazione legittima di Tripoli e i nostri fratelli in Libia”.

Una cosa sembra certa: al di là dei sentimenti antiamericani, condivisi in misura più o meno intensa dai due Paese, qualunque siano le ambizioni regionali della Turchia, è improbabile vedere un ritiro russo dai fronti su cui momentaneamente si trova impegnata sia a livello diplomatico che militare, in particolare appunto le crisi in Siria e in Libia.

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Chiara Gentili

di Redazione

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