Algeria: le proteste del movimento Hirak compiono 1 anno

Pubblicato il 22 febbraio 2020 alle 6:23 in Africa Algeria

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In Algeria, il movimento pro-democrazia Hirak, che è riuscito ad abbattere il regime dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, è appena entrato nel suo secondo anno. Le proteste non si arrestano e, nonostante le concessioni del nuovo governo, i manifestanti continuano a marciare nelle strade del Paese gridando “Portiamo la libertà”. Ieri si è contato il 53esimo venerdì consecutivo di ribellione.

Il 13 febbraio, il governo ha ordinato la scarcerazione di 40 manifestanti, arrestati per coinvolgimento nelle proteste. Si è trattato del secondo maggior provvedimento, deciso dalle autorità per cercare di smorzare il dissenso, dopo quello del 12 dicembre quando il neopresidente Abdelmadjid Tebboune ha rilasciato 70 prigionieri legati al movimento Hirak.

Gli algerini marciano per le strade e le piazze del Paese dal 22 febbraio 2019, chiedendo, inizialmente e con mezzi pacifici, l’avvio di riforme politiche strutturali. La situazione è diventata più agitata dopo che Bouteflika ha annunciato che avrebbe cercato di concorrere per un quinto mandato presidenziale consecutivo. A quel punto, le forze di sicurezza hanno cominciato a utilizzare la forza per disperdere i manifestanti, arrestando i leader e gli organizzatori delle proteste. Con Tebboune, invece, i toni sembrano più pacati e la strategia del governo sembra essere diventata più tollerante verso i manifestanti, in alcuni casi addirittura elogiando il loro impegno civile e tentando di promuovere forme di collaborazione. Nella città occidentale di Mascara, ad esempio, dal 12 dicembre i manifestanti sono stati in grado di tornare in strada a manifestare. Ad Ain Temouchent, un sit-in ha potuto svolgersi senza repressioni da parte della polizia che, in precedenza, aveva bloccato diverse marce.

Il primo ministro algerino Abdelaziz Djerad ha dichiarato che il governo intende “costruire un ponte di fiducia con i cittadini“. “Il governo è deciso a ripristinare la fiducia del popolo algerino attraverso il rilancio di valori umani che sono stati repressi in passato, la consacrazione del dissenso, la responsabilità delle istituzioni e l’applicazione di rigorose misure contro la corruzione e la cattiva governance”, ha detto Djerad.

Il governo ha già attuato una serie di iniziative volte ad assecondare le richieste dei manifestanti. Queste comprendono l’abolizione di una tassa per i dipendenti pubblici a basso reddito e l’aumento di risorse per la costruzione di 1 milione di unità abitative nei prossimi anni. Ci sono poi anche riduzioni della spesa su progetti infrastrutturali per allocare più risorse finanziarie per l’istruzione e la salute. Tuttavia, i problemi economici del Paese potrebbero rendere più difficoltoso l’impegno del governo nell’affrontare questioni sociali. Interrogato sul come intende finanziare le nuove unità abitative ed evitare una possibile crisi finanziaria, il premier Djerad ha risposto: “C’è la possibilità di richiedere prestiti stranieri che non compromettano la sovranità del Paese”. A tal proposito, il primo ministro ha citato i prestiti agevolati dei Fondi sovrani dei Paesi arabi e le Banche di Sviluppo africane.

Le condizioni sociali ed economiche dell’Algeria sembrano però peggiorare da febbraio 2019, dal momento che il governo è stato a lungo impegnato nel cercare di contenere le proteste. Figure imprenditoriali di spicco hanno più volte mostrato crescenti preoccupazioni in merito all’alta disoccupazione e alla possibilità di bancarotta. Il declino economico ha alimentato la rabbia dei manifestanti, che danno la colpa all’élite dominante per lo spreco delle ricchezze derivanti dalle risorse energetiche del Paese e per gli elevati livelli di corruzione. “Voi avete saccheggiato la ricchezza del Paese, ladri”, hanno cantato i manifestanti di Algeri nelle varie proteste di piazza. Djerad ha ammesso che “l’Algeria ha sperimentato una disastrosa cattiva gestione dello Stato negli ultimi anni e che le passate pratiche autoritarie hanno portato al saccheggio e all’appropriazione indebita di molte ricchezze del Paese, nonché alla distruzione sistemica delle sue istituzioni e della sua economia”. Il tasso di disoccupazione è stimato attualmente all’11,7% ed è particolarmente elevato tra i giovani, dove raggiunge il 28%. “L’economia algerina è precipitata nella recessione nel 2014 ed è ancora lontana dal recupero. Si tratta di una recessione simile a quella del 1986, quando il Paese ci mise 16 anni a recuperare”, ha detto a The Arab Weekly un esperto finanziario algerino, Abdelhak Lamiri. “Come la recessione del 1986, anche l’attuale situazione economica è legata a un fragile equilibrio politico”. Gli analisti ritengono che l’Algeria abbia bisogno di riforme profonde per trasformare e diversificare la sua economia. I leader del Paese sono chiamati ad affrontare il prima possibile il difficile compito di mitigare le proteste, in modo da riacquistare stabilità e potersi concentrare sulle questioni economiche.

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Chiara Gentili

di Redazione

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