Libia: riprendono le riunioni del comitato militare, Haftar pronto a cessare il fuoco

Pubblicato il 21 febbraio 2020 alle 9:04 in Africa Libia

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Le Nazioni Unite hanno annunciato la ripresa dei negoziati del comitato militare 5+5. Parallelamente, il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, ha affermato che è pronto a rispettare il cessate il fuoco, ma a determinate condizioni. Nel frattempo, gli scontri e gli attacchi continuano.

L’annuncio circa la ripresa dei colloqui del comitato è giunto nella sera di giovedì 20 febbraio, da parte di un portavoce della Missione Onu in Libia, Jean El Alam. La notizia è stata altresì confermata dall’ambasciatore statunitense in Libia, Richard Norland, il quale ha riferito che il governo tripolino è ritornato al tavolo dei negoziati. Il Comitato militare congiunto è formato da cinque rappresentanti dell’LNA e da altrettanti membri del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). L’obiettivo è avviare discussioni e colloqui volti a porre una tregua al conflitto libico e ad istituire un meccanismo che lo monitori, oltre che a raggiungere un cessate il fuoco permanente. Il primo incontro ha avuto luogo il 3 febbraio a Ginevra, sotto l’egida delle Nazioni Unite, mentre il secondo round è stato intrapreso il 18 febbraio. Nella sera di tale data, il governo tripolino aveva però annunciato di essersi ritirato, a seguito di un attacco condotto contro l’area portuale della capitale. L’obiettivo era lanciare un messaggio forte all’intera comunità internazionale, invitando altresì le forze di Haftar a porre fine alle proprie aggressioni.

Mentre il capo del Consiglio presidenziale di Tripoli, nonché premier, Fayez al-Sarraj, si era poi detto speranzoso, il 19 febbraio, circa una futura ripresa dei colloqui, l’esercito di Haftar, nella medesima giornata, aveva affermato che la battaglia a Tripoli contro “terroristi e invasori turchi” sarebbe continuata. Il 21 febbraio, il generale dell’LNA, nel corso di un’intervista con un’agenzia di stampa russa, ha poi ribadito di essere pronto a cessare il fuoco in Libia se sono soddisfatte determinate condizioni, tra cui, in primo luogo, il ritiro delle forze turche e dei mercenari. Per Haftar, al Sarraj aveva sospeso i colloqui del comitato 5+5 a seguito di ordini di Ankara e Doha, suoi alleati, in quanto il governo tripolino è dipendente dalle decisioni turche e qatariote. Parallelamente, Haftar si è detto pronto a perseguire qualsiasi cammino e ad intraprendere colloqui che possano portare pace e stabilità in Libia, riferendosi a quelli previsti a Ginevra, nuovamente sotto l’egida delle Nazioni Unite, il 26 febbraio prossimo. Si tratterà di un dialogo politico intra-libico, come riferito dall’inviato speciale Onu in Libia, Ghassan Salamé.

In tale quadro, il 20 febbraio, il quotidiano arabo al-Jazeera ha riferito che le forze dell’LNA hanno lanciato una serie di missili Grad contro il Sud di Tripoli e, nello specifico, contro gli assi di Mashrua’ al-Hidba, colpendo impianti della Brega Petroleum Marketing Company. Parallelamente, sempre il 20 gennaio, l’esercito tripolino ha riferito della morte di almeno 25 combattenti appartenenti alle forze di Haftar, a seguito di combattimenti condotti presso l’asse di al-Khalat, nel Sud della capitale, che hanno portato anche alla cattura di altri membri. Altri assi di combattimento a Sud di Tripoli e ad Est di Misurata stanno assistendo a una relativa calma, sebbene ciascuna fazione stia continuando ad inviare rinforzi. Inoltre, dal governo tripolino sono giunte notizie circa le continue offensive dell’LNA contro quartieri e strutture civili di Tripoli, in violazione della tregua precedentemente dichiarata.

In tale quadro, il 28 febbraio, le forze dell’LNA hanno condotto un attacco aereo, per mezzo di missili, contro l’area portuale della capitale Tripoli. A detta dell’esercito di Haftar, l’obiettivo era un’imbarcazione con a bordo armi di provenienza turca, sebbene, il 19 febbraio, ufficiali turchi abbiano affermato che non vi era alcuna nave cargo di Ankara nelle acque libiche al momento dell’attacco. Secondo quanto riferito da Tripoli, tutto ciò rappresentava un’ulteriore violazione degli accordi di cessate il fuoco precedentemente stabiliti.  Il riferimento va, in particolare, al 12 gennaio, quando Haftar e il premier al-Sarraj si sono recati a Mosca per firmare il primo accordo ufficiale volto a porre fine al conflitto libico, sotto l’egida di Russia e Turchia. Tuttavia, il generale dell’LNA, dopo aver chiesto, al termine dei colloqui, ulteriore tempo per esaminare il patto, ha lasciato la capitale russa senza firmarlo. Successivamente, il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Non da ultimo, per il governo tripolino, l’operazione di Haftar viola altresì la risoluzione approvata il 12 febbraio scorso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questa, la numero 2510, è stata proposta dalla Gran Bretagna e avallata da 14 membri. Gli Stati membri sono stati esortati a non interferire nel conflitto libico e a non prendere qualsiasi tipo di misura che possa aggravare ulteriormente la situazione, oltre a rispettare l’embargo sulle armi sancito nel 2011. Inoltre, le parti coinvolte nella crisi libica sono state invitate a rispettare i risultati della conferenza di Berlino e a favorire un cessate il fuoco permanente.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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