Israele: Netanyahu promette nuovi alloggi a Gerusalemme Est

Pubblicato il 21 febbraio 2020 alle 11:28 in Israele Palestina

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A pochi giorni dalle prossime elezioni, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato la costruzione di circa 5.000 nuove abitazioni a Gerusalemme Est, destinate ai coloni israeliani.

In particolare, secondo quanto riferito il 20 febbraio, tali nuovi edifici verranno costruiti nei rioni ebraici di Har Homa e di Ghivat ha-Matos, oltre che in quello arabo di Beit Safafa, tutti situati nella periferia meridionale di Gerusalemme. Dei circa 5.000 alloggi totali, 3.000 sono destinati alla popolazione ebraica, ed è stato specificato che 2.200 unità abitative saranno poste nell’insediamento di Har Homa, mentre altre 3000 nell’insediamento di Ghivat ha-Matos. A detta di Netanyahu, la popolazione di tali quartieri ammonta a circa 40mila abitanti e, attraverso i nuovi alloggi, sarà possibile ospitare altre 10mila persone. Secondo quanto riferito, si tratterà di una “città israeliana” di medie dimensioni. L’obiettivo finale, ha affermato Netanyahu, è unire le aree divise in una Gerusalemme unificata.

Dal canto suo, l’organizzazione pacifista israeliana anti-insediamento “Peace Now” ha affermato che costruire abitazioni a Ghivat ha-Matos rappresenta un duro colpo per la soluzione a due Stati, in quanto si tratta di un’area che consente la contiguità territoriale tra Betlemme e Gerusalemme Est e, se questo quartiere sarà costruito, non sarà più possibile collegare queste due città. Inoltre, a detta dell’organizzazione, una decisione di tal tipo non può essere presa senza l’autorizzazione del popolo, vista la presenza di un governo di transizione, e, pertanto, si tratta di un’ulteriore “frode elettorale” commessa dal primo ministro Netanyahu. Parallelamente, secondo quanto affermato da Peace Now, Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, affermano di aver raggiunto un Piano di pace, ma le azioni del premier israeliano, inclusa la costruzione di nuovi insediamenti, evidenziano la mancata volontà di raggiungere una pace reale nella cornice del conflitto arabo-israeliano.

In tale quadro, anche dalla presidenza palestinese sono giunte voci di dissenso, secondo cui la costruzione di unità abitative in territori palestinesi costituisce una “distruzione sistematica” della soluzione a due Stati, volta ad applicare il Piano di pace proposto da Trump il 28 gennaio scorso. Inoltre, si tratta di una violazione della legittimità e del Diritto internazionale, secondo cui gli insediamenti israeliani in terre palestinesi sono da considerarsi illegali. Il portavoce della presidenza dell’Autorità Palestinese, Nabil Abu Rudeineh, ha affermato che tale ultima mossa di Netanyahu è altresì da considerarsi un tentativo del premier di ottenere il consenso, ovvero i voti, dei partiti di destra israeliani, ma a discapito dei palestinesi. Tuttavia, ha affermato Rudeineh, ciò non porterà pace e stabilità, ma ulteriori tensioni e violenza nella regione.

La decisione di Netanyahu fa seguito alla presentazione, da parte di Trump, del Piano per la Pace in Medio Oriente, altresì noto come “affare del secolo”. Il progetto, delineato in 181 pagine, se effettivamente attuato, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Inoltre, è previsto lo stanziamento di 50 miliardi di dollari in investimenti internazionali, volti a costruire una nuova entità para-statale palestinese, con una propria capitale, Al-Quds, che includerebbe alcune delle aree esterne di Gerusalemme Est. Tale para-Stato non avrebbe un esercito permanente e sarebbe tenuto a soddisfare una serie di parametri relativi alla sicurezza, periodicamente controllati da Israele. I palestinesi, oltre alla Lega Araba e all’Organizzazione per la cooperazione islamica, hanno respinto il piano, considerandolo completamente a favore di Israele. Per il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, il progetto statunitense ignora i diritti del popolo palestinese, oltre a violare l’iniziativa di pace araba e le richieste della stessa popolazione.

In tale quadro, il 2 marzo prossimo, Benjamin Netanyahu concorrerà nuovamente per la carica di primo ministro, per la terza elezione nazionale in 12 mesi. In un solo anno, il 2019, la popolazione israeliana è stata chiamata due volte a recarsi alle urne, il 9 aprile ed il 17 settembre. In entrambi i casi, non si è riusciti a dare vita a una maggioranza decisiva o un governo di coalizione per formare un esecutivo per Israele. Netanyahu rimarrà in carica come primo ministro ad interim fino a quando non verrà formato un nuovo governo. Sebbene sia impegnato in un triplo processo giudiziario, il premier non sarà costretto a dimettersi fino a quando non sarà ufficialmente emessa una sentenza contro di lui. Si tratta del primo caso nella storia di Israele in cui un primo ministro è accusato di reati penali.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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