Mediterraneo: quasi 400 migranti in attesa di un porto

Pubblicato il 20 febbraio 2020 alle 12:49 in Africa Immigrazione

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Quasi 400 migranti sono stati recuperati nel Mediterraneo centrale da due navi umanitarie impegnate negli ultimi giorni in diverse operazioni di soccorso. L’ultimo salvataggio, effettuato nel pomeriggio di mercoledì 19 febbraio, è stato portato a termine dalla Sea Watch 3, la nave di proprietà dell’omonima ONG tedesca. Circa 120 persone, tra cui 19 donne e 8 bambini, sono state recuperate da un gommone in difficoltà, a 30 miglia dalle coste della Libia.

Quasi contemporaneamente, una seconda imbarcazione, con a bordo 92 migranti, è stata individuata e soccorsa da un’altra nave umanitaria, la Ocean Viking, delle ONG Sos Mediterranee e Medici Senza Frontiere. Si è trattato della terza operazione condotta dal personale della nave negli ultimi giorni. Altri 97 migranti erano stati recuperati il giorno precedente, martedì 18 febbraio, dopo la segnalazione di Alarm Phone, il servizio telefonico di salvataggio nel Mediterraneo. Il primo intervento di soccorso, invece, effettuato sempre nella giornata di martedì, aveva permesso di salvare circa 84 persone, stipate su un barcone in legno, sovraffollato e in avaria. Ammonta quindi a 273 il numero di persone momentaneamente a bordo della Ocean Viking.

Nel frattempo, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha lanciato un appello a tutta la comunità internazionale tramite il suo capo missione in Libia, Federico Soda. “La Libia non può aspettare. È tempo di trovare un’azione concreta per garantire che le vite salvate in mare possano essere portate in un porto sicuro ed è necessario mettere fine al sistema di detenzione arbitraria”, ha detto Soda.

Dall’inizio del nuovo anno, circa 1700 migranti sono stati intercettati e riportati in Libia dalla Guardia Costiera di Tripoli. “Di queste persone non si ha più notizia. Le Nazioni Unite continuano a documentare abusi, torture, sparizioni e condizioni spaventose nei centri di detenzioni libici. È inaccettabile che l’attuale sistema di detenzione sia ancora vigente, nonostante i ripetuti appelli al suo smantellamento e a favore dell’apertura di soluzioni alternative che possano garantire almeno un minimo livello di sicurezza”, ha dichiarato il capo missione dell’IOM, specificando che almeno 200 migranti recuperati in mare negli ultimi giorni sono stati riportati a Tripoli poche ore dopo che il porto della capitale venisse bombardato dalle forze del generale Khalifa Haftar, il 18 febbraio. A detta dell’Esercito Nazionale Libico, l’obiettivo era un’imbarcazione con a bordo armi di provenienza turca, sebbene, il 19 febbraio, ufficiali turchi abbiano affermato che non vi era alcuna nave cargo di Ankara nelle acque libiche al momento dell’attacco. Più di 3000 persone, recuperate nel Mediterraneo, sono invece riuscite ad approdare sulle coste dell’Italia o di Malta, in gran parte grazie al soccorso operato dalle navi umanitarie.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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